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Petrolmafie Spa, il pentito “bruciato” e l’intercettazione: “Se l’acchiappa lo zio Cola Gratteri…”

di Gabriella Passariello- Esisteva un argomento tutt’altro che marginale tra Gerardo Caparrotta, considerato l’anello di congiunzione tra gli esponenti della criminalità jonica reggina, vibonese e catanese e i fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico, imprenditori nel settore dei carburanti. E l’oggetto della conversazione era il pentimento e l’improvvisa interruzione del rapporto di collaborazione con la giustizia, di Salvatore Stambè, esponente apicale dell’omonima famiglia mafiosa originaria di Gerocarne, nelle Preserre Vibonesi, arrestato a maggio 2018 per associazione di tipo mafioso, promotore, direttore e organizzatore della locale di ‘ndrangheta operativa ad Asti e zone limitrofe. Un argomento introdotto proprio da Caparrotta, il quale, secondo le carte della Dda di Catanzaro, che hanno portato al fermo di 16 indagati nell’ambito della maxi operazione Petrolmafie spa è plausibile ne sia venuto a conoscenza dagli organi di informazione e la reazione dei D’Amico faceva desumere che entrambi conoscessero Stambè e la sua successiva ritrattazione: “ha ritrattato… un bordello ora succede”.

“Lui ormai è un pentito bruciato”

Dalla conversazione trapela una certa preoccupazione per le informazioni che Stambè poteva aver condiviso con i magistrati inquirenti, prevedendo che avrebbe subìto gravi rappresaglie per le proprie scelte o in alternativa sarebbe stato indotto a suicidarsi. I tre interlocutori si confrontano sui possibili spostamenti all’interno del carcere, conseguenti alla sua particolare posizione di (ex) collaboratore e Caparrotta ostenta la certezza che sarebbero in qualche modo venuti a conoscenza della sua collocazione: “dove va va, noi lo sappiamo”, lasciando intendere che Stambè non poteva considerarsi al sicuro da eventuali ritorsioni da parte della cosca.  Poi le ulteriori considerazioni sul  fatto che comunque ormai il pentito sarebbe risultato inattendibile, anche qualora avesse deciso di riprendere la collaborazione : “parte un’altra volta… in qualunque processo gli dicono ma che cazzo… questo … una volta è carne, una volta è pesce” e che anche la Dda di Catanzaro non gli avrebbe dato credito, come emerge dalle dichiarazioni di Gerardo Caparrotta: “lui ormai è bruciato dove deve andare (…) sì ma lui ritorna … questo adesso… lo zio Cola Gratteri (ndr il procuratore capo della Dda di Catanzaro) prende e gli spacca il culo […] ora che lo acchiappa lui, che torna indietro”.  Si carpiscono ulteriori commenti, per i magistrati della distrettuale Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso, di palese interesse sullo Stambè a proposito del quale Giuseppe D’Amico  sosteneva avesse i “piedi sporchi”: “ e avete capito … con i neri lo mettono … per andare a mettergli paura … se è partito … se ha saltato il fosso … ormai i piedi ce li ha “mprascati”. In seguito, in maniera ancora più netta, il pentito, nonostante avesse optato per interrompere la collaborazione con la giustizia, viene da Caparrotta e D’Amico bollato come “bruciato”, non più, quindi, criminalmente affidabile.

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