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Picchiava un bambino di 9 anni: bullo condannato a un anno e 6 mesi

“Finalmente la verità è venuta a galla: hanno creduto a mio figlio”. Era commossa fin quasi alle lacrime mamma Francesca dopo la lettura del dispositivo della sentenza con cui giovedì 21 gennaio il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, presieduto dal giudice Mirella Schillaci, ha inflitto una condanna esemplare  di un anno e sei mesi di reclusione, a uno dei bulli che  cinque anni fa avevano picchiato nel cortile della scuola il suo bambino, il quale all’epoca aveva appena nove anni.

Per quel pestaggio erano finiti sotto indagine in quattro, ma per tre di loro era già stata emessa sentenza di non luogo a procedere, ma solo in quanto minori di 14 anni all’epoca dei fatti contestati. A. Y., invece, oggi già maggiorenne, nel 2016 di anni ne aveva quasi 15 e dunque si è potuto condannarlo per i reati di lesioni e percosse a una pena sospesa ma significativa, che i giudici hanno motivato “ritenuta la continuazione e la prevalenza delle aggravanti contestate sulla diminuente della minore età”, dando pieno credito alle tesi accusatorie del Pubblico ministero minorile, da ultimo il dottor Angelo Gaglioti. Al di là dell’entità della condanna, la pronuncia è importante perché finalmente stabilisce che i fatti denunciati sono realmente accaduti e anche la loro estrema gravità: la signora Francesca, infatti, ha dovuto lottare soprattutto contro tanta omertà, in primis quella dell’istituzione scolastica.

I fatti

La vicenda risale all’anno scolastico 2015-16, in cui il bimbo bullizzato frequentava la terza elementare di un istituto comprensivo del Reggino ed era diventato il bersaglio di un gruppo di bulli, compagni di classe, coetanei ma anche ragazzi più grandi, che non perdevano occasione per prenderlo in giro e fargli brutti scherzi. La mamma vedendo che il figlio rincasava spesso in lacrime, e venuta a conoscenza delle vessazioni, si era recata più volte a scuola parlando con gli insegnanti e il preside, ma l’unica risposta ricevuta era il “consiglio” di accompagnare l’alunno e di venirlo a prendere dieci minuti dopo il suono della campanella. Così, visto che l’istituto non interveniva, la baby gang si è sentita autorizzata ad alzare il tiro. E le mani. Il 27 gennaio 2016, dopo l’uscita da scuola, nel cortile del plesso, il bambino è stato picchiato da compagni di classe e studenti delle medie e che gli hanno procurato botte e contusioni in tutto il corpo, specie alla schiena, dorso e arti. Ha avuto bisogno di cure mediche al pronto soccorso dell’ospedale più vicino, dove gli hanno riscontrato una prognosi di 15 giorni, ma l’ortopedico, dopo una visita specialistica, gliene avrebbe poi riconosciuti altri venti, prolungando in seguito la prognosi di ulteriori dieci. Le ferite fisiche, però, sono state il meno: il bambino ha subito un profondo shock, non ha più avuto la forza di tornare in quella scuola, ha avuto bisogno di supporto psicologico per superare il trauma iniziando a soffrire di altri problemi, tra cui la bulimia.

La denuncia

A quel punto la madre ha ritenuto di intervenire prima che fosse troppo tardi: tramite i consulenti legali Salvatore Agosta e Giuseppe Cilidonio, si è affidata a Studio 3A-Valore, società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e tutela dei diritti dei cittadini, per salvaguardare il ragazzino e ottenere giustizia, non solo nei confronti dei violenti che lo avevano terrorizzato e malmenato, ma anche verso i loro genitori e chi aveva permesso tutto ciò omettendo di vigilare sulla sicurezza di un alunno sotto la sua responsabilità: l’istituto scolastico. Dove, preside in primis, anche di fronte alle ripetute richieste di spiegazioni e assunzione di responsabilità da parte di Studio3A, hanno sempre negato, anche contro l’evidenza, che fossero successi atti di bullismo a scuola, arrivando anche a rifiutare il nulla osta chiesto dalla mamma per trasferire il figlio in altro istituto.

Si è dovuto coinvolgere il consultorio familiare dell’Azienda sanitaria provinciale. Solo di fronte all’attestazione che il bambino “soffriva di sindrome ansiosa a seguito di vari episodi di bullismo subiti in classe” e che si riteneva “necessario il trasferimento presso altro plesso scolastico per evitare di sottoporlo ad un costante stress con conseguente peggioramento della patologia”, la scuola ha “ceduto” e si è potuto iscriverlo in altro istituto, dove per lui è iniziata un’altra vita, anche se con tante cicatrici interiori. Attraverso Studio 3A, il 29 febbraio 2016 la donna ha dunque presentato querela presso la locale stazione dei carabinieri, con successiva apertura di due procedimenti penali, e nei mesi seguenti ha continuato a denunciare in note trasmissioni tv il suo caso, il lassismo della scuola, l’omertà di genitori, docenti e operatori scolastici, e l’isolamento e finanche le intimidazioni a cui è stata sottoposta per essersi permessa di rompere quel muro.

“L’istituto deve assumersi la responsabilità”

La Procura del Tribunale dei Minorenni reggino, dov’era incardinato uno dei due fascicoli, a conclusione delle indagini preliminari nel 2019 aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di A. Y., contestandogli di avere, in concorso con altri tre compagni di scuola, tra cui una ragazzina, “con più azioni del medesimo disegno criminoso”, fino al mese di gennaio 2016 “minacciato” la vittima, “dicendogli che l’avrebbero picchiato all’uscita da scuola”, di “averlo percosso colpendolo con calci e pugni” e nell’episodio più grave del 27 gennaio 2016 “di avergli cagionato lesioni personali giudicate guaribili in quindici giorni”, sempre “con l’aggravante di aver agito in più persone e ai danni di un soggetto minore e all’interno e nelle adiacenze di una scuola”: elemento che conferma in tutta la sua evidenza anche le pesanti responsabilità dell’istituto. Reati (a parte quello di minacce, per il quale vi è stato il proscioglimento) che ora anche i giudici, dopo un processo gestito con tatto, scrupolo e professionalità, hanno accertato e punito.

“Finalmente in un’aula di tribunale è stato riconosciuto che quanto ripetevamo da anni io e mio figlio altro non era che la verità ed è stata fatta giustizia” conclude Francesca, che però ora si aspetta risposte anche dall’altro procedimento pendente presso la Procura ordinaria di Reggio e che vede indagato l’allora dirigente scolastico della scuola “incriminata”.

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