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Più di un movente alla base del delitto Chindamo. Il gip: “Aveva dei nemici”

di Gabriella Passariello

“Era una madre di tre figli, un’imprenditrice che si occupava del suo lavoro con grande impegno, portando avanti con risultati un’attività imprenditoriale che aveva dovuto imparare a gestire; viveva  una nuova relazione sentimentale. Non aveva quindi alcun motivo per sparire, né tantomeno per inscenare una cruenta sparizione, assai dolorosa per i figli e il suo attuale compagno di vita. Ma si era fatta dei nemici”. Il gip del Tribunale di Vibo che ha vergato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Salvatore Ascone, traccia un identikit di Maria Chindamo, una donna che si era separata dal marito Ferdinando Punturiero , padre dei suoi tre figli, morto suicida un anno prima la scomparsa della stessa Chindamo. Dalle sommarie informazioni raccolte e dalle conversazioni intercettate, sarebbe emerso che i familiari di Punturiero ritenevano Chindamo moralmente responsabile del suicidio del loro congiunto e non avrebbero visto certo di buon occhio la relazione sentimentale che aveva intrapreso con un altro uomo, appartenente alla Polizia.  Una sorta di acredine, aggravata dal fatto che, quando il marito della donna era in vita, era lui a gestire l’azienda agricola ed il patrimonio immobiliare, benchè fosse tutto intestato alla donna e dopo la sua morte, la Chindamo si era ritrovata esclusiva proprietaria di tutto il patrimonio familiare ed aveva preso in mano da sola le redini dell’ l’attività, che gestiva con grande impegno. Altro elemento da tenere in considerazione, per il gip, è che Chindamo esercitava la sua attività di imprenditrice in una terra difficile, dove anche la contesa su un confine può costare cara e poi, non può trascurarsi il fatto che esercitava un’attività economica in una zona ad altissima densità ‘ndranghetistica, nella quale la richiesta di pagamento del pizzo è “purtroppo considerata da molti una consuetudine inevitabile con le conseguenze di rappresaglie per chi non intende pagare”.

Una morte simile ai casi di lupara bianca.Per il gip, la morte di Maria Chindamo presenta connotati simili ad un caso lupara bianca, ma per le modalità con cui l’omicidio è stato eseguito appare riferito, non all’omicidio di mafia, ma riconducibile ad una questione privata che rientra nella sfera sentimentale o lavorativa. La macchina della Chindamo è stata trovata abbandonata davanti al cancello chiuso della sua proprietà terriera, ancora con il motore acceso e con l’autoradio  ad alto volume. All’interno dell’auto, si trovavano ancora tutti gli effetti personali della donna, compresa la borsa contenente una cospicua somma di denaro (oltre mille euro). “Già queste circostanze, scrive il gip nell’ordinanza- costituiscono di per sé dati dissonanti rispetto alla tesi dell’’allontanamento volontario, poiché chi intende far perdere le proprie tracce e sparire non lascia denaro e soprattutto muovendo dal presupposto che “queste condotte vengano necessariamente pianificate , non si reca proprio sul luogo dove lavora per iniziare la propria fuga da quel posto ed in un orario nel quale era attesa da ben due persone che potevano incontrarla”: un suo dipendente che si trovava già sul posto  ed una persona con la quale aveva un appuntamento.

Le attività del Ris. A tutto questo bisogna aggiungere le tracce di sangue sottoposte ad analisi dagli operatori specializzati in investigazioni scientifiche, che sono giunti alla conclusione che il luogo era stato teatro di una colluttazione. Infatti da una prima ricostruzione degli eventi, a seguito anche del sopralluogo effettuato dal Ris di Messina, è emerso chiaramente che Chindamo è stata aggredita non appena scesa dall’auto solo per aprire il cancello e poter accedere al terreno agricolo ove era attesa dall’operaio e che era stata caricata con la forza da uno o più persone in un’altra auto con cui gli autori del reato si allontanavano. L’analisi delle tracce ematiche dimostra che la collutazione è avvenuta in più fasi: nella prima, la Chindamo, dopo essere stata colpita, ha toccato con la mano la ferita che le era stata provocata per poi poggiarsi sul cofano anteriore dell’auto, lasciando così una traccia di sangue “strisciata” dall’impronta palame. Nella seconda fase,  la donna nel tentativo di avvicinarsi alla portiera della macchina, si è poggiata sul paraurti lato guida, lasciando alcuni capelli ed una traccia di sangue dell’impronta palmare, la Chindamo poi provando ad entrare in macchina ha impugnato la maniglia della portiera.

Quando è stata trascinata era ancora viva. Risultano poi le tracce ematiche “a schizzo” refertate sul muretto, che inducono a  ritenere che la donna sia stata scagliata a terra e colpita di nuovo. Un’altra fase ancora ricavabile dalle ulteriori tracce ematiche “rilevate sul suolo sono significative di un trascinamento della vittima”, mentre l’ulteriore traccia ematica di strisciamento lasciata sul parafanghi posteriore lato guida è segno che nel momento in cui la donna era stata trascinata era ancora viva.

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