Il caso

Il porto di Vibo Marina e la crociata borghese contro Cascasi, un grande progetto affossato da burocrazia e ‘ndrangheta

Il Comune di Vibo condannato a pagare oltre due milioni di euro di risarcimento. Tremano politici e burocrati: la Corte dei Conti potrebbe contestare il danno erariale

La stangata e poi il silenzio. Nessun commento, nessuna reazione, nessuna nota dopo la sentenza del Tar della Calabria che ha condannato il Comune di Vibo a un maxi risarcimento da almeno due milioni di euro per i danni causati all’imprenditore Francesco Cascasi e alla sua società, la Cadi Srl, con la quale ha deciso di investire svariati milioni di euro per lo sviluppo del porto di Vibo Marina (LEGGI QUI). Il verdetto dei giudici amministrativi è la dimostrazione della crociata messa in atto nei suoi confronti, a vario titolo, da politica, burocrazia e ‘ndrangheta. Una crociata borghese contro un progetto che avrebbe cambiato il volto dell’intero scalo trasformandolo in un’eccellenza della nautica da diporto e in un’accogliente località turistica incastonata tra Pizzo e Tropea. Un sogno di un imprenditore visionario intralciato ingiustamente come testimoniato dalle sentenze del Tar e non solo.

La ‘ndrangheta e il porto di Vibo Marina

Tornano in auge le parole messe nero su bianco nel capo di imputazione di “Costa Pulita”, la maxi inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e firmata da Camillo Falvo che oggi è il procuratore di Vibo. Si tratta di una tentata estorsione messa in atto dal boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni” e dal suo presunto braccio destro Nazzareno Colace contro l’imprenditore vibonese vittima di una serie di atti intimidatori tesi a costringerlo a cedere a titolo gratuito il 50% della Cadi Srl, la società costituita proprio per la gestione del pontile nel porto di Vibo Marina una volta ottenuta la concessione demaniale dalle autorità competenti. La ‘ndrangheta si era mossa in anticipo e con due pezzi da novanta noti alle cronache giudiziarie. In particolare, Nazzareno Colace avrebbe minacciato Cascasi che “qualora non avesse aderito a tale richieste, non avrebbe ottenuto i necessari provvedimenti autorizzatori per la gestione del pontile, così evocando la notorietà dell’influenza della cosca sugli apparati amministrativi competenti”. Per la cronaca Nazzareno Colace, giudicato con il rito abbreviato, è stato condannato in appello a tre anni di reclusione mentre su Pantaleone Mancuso (processato con il rito ordinario) pende una richiesta di condanna a 20 anni di reclusione. In attesa delle sentenze definitive che accerteranno fatti e responsabilità, il dato inequivocabile è rappresentato dal coraggio di un imprenditore che pur di realizzare il suo sogno ha sfidato ‘ndrangheta e poteri forti con esposti, denunce e testimonianze in tribunale al cospetto di boss e sodali.

Il muro di gomma e le colpe della politica

Cascasi non si è mai arreso a quel muro di gomma della burocrazia sul quale ha sbattuto più e più volte ogni sua legittima istanza. Vibo non è solo ‘ndrangheta e chi cerca di fare l’imprenditore senza scendere a compromessi lo sa bene. Invidie, capricci, colpi bassi, sciatteria viaggiano al confine tra buona fede e complicità con quell’area grigia che tiene sotto scacco un intero territorio. Cascasi è stato vittima anche di questo: di una borghesia miope e poco incline a promuovere il vero sviluppo di Vibo e della sua provincia, ostaggio da anni di un vero e proprio sistema di potere trasversale che si muove da destra a sinistra. La sentenza del Tar Calabria che stanga il Comune di Vibo chiama in causa diverse amministrazioni, politici e burocrati che hanno avversato un imprenditore, un progetto, un’idea di sviluppo. Condotte stigmatizzate dai giudici amministrativi destinate a portare delle conseguenze. Il Tar dice innanzitutto che “sulla scorta della rappresentata progressione degli eventi è ravvisabile un contegno illegittimo colposo del Comune di Vibo” e quindi “un contesto gravemente colposo della pubblica amministrazione precedente”.

La Corte dei Conti e il presunto danno erariale

Siccome si parla di colpa, tanto basta per mandare i responsabili di questo danno dritti davanti alla Corte dei Conti. Ma chi sono i responsabili? Il Tar, anzitutto, afferma che ci sono stati 20 anni di vessazioni e che i singoli atti con cui è stato intralciato il progetto della Cadi vanno inquadrati unitariamente. Il primo risale all’amministrazione D’Agostino senior (febbraio 2002, conferenza dei servizi senza esito), il secondo in regime commissariale (parere sfavorevole sul progetto della Cadi reso dal Comune di Vibo Valentia al di fuori della conferenza di servizi con determinazione prot. n. 545 del 2.02.2005); il terzo con l’amministrazione Costa 2 (nota prot. n. 29933 del 30.06.2015, con cui il Comune ha rappresentato la necessità della Via). E’ invece con l’amministrazione Limardo (2022) che finalmente il Comune rende giustizia a Cascasi (provvedimento n. 1870 del 19.10.2022 di rilascio della concessione demaniale). Tuttavia, paradossalmente, è proprio l’atto che condanna palazzo “Luigi Razza” al risarcimento. I legali della Cadi, gli avvocati Alessio Colistra e Giuseppe Altieri, producono con esso i cosiddetti ‘motivi aggiunti’ al ricorso e dimostrano che il progetto poteva essere approvato già nel 2002. 

Gli scenari futuri e i possibili ricorsi al Consiglio di Stato

L’amministrazione Limardo, cui le precedenti amministrazioni hanno scaricato la patata bollente, si ritrova condannata. Almeno per adesso e questo va precisato perché la sentenza non è inattaccabile e il Comune ha ancora la carta del Consiglio di Stato per ribaltare o quanto meno limitare i danni. Al massimo organo amministrativo potrebbe, tuttavia, rivolgersi anche la Cadi Srl. Il risarcimento è stato infatti ridotto a un terzo di 6 milioni 472 mila euro. Il Tar sostiene, infatti, che un primo ricorso presentato dai legali di Cascasi nel 2005 non era accompagnato da richiesta cautelare (cioè non era stata chiesta la sospensiva dell’atto) e la sentenza è arrivata 12 anni dopo. Questo potrebbe essere un argomento sfavorevole al Comune nel prossimo giudizio di fronte al Consiglio di Stato. Intanto a palazzo “Luigi Razza” è partito il count-down dei classici 90 giorni per quantificare la somma dovuta e offrirla alla Cadi: oltre 2 milioni di euro che con gli interessi maturati in tutti questi anni potrebbe superare anche i tre milioni mettendo seriamente a repentaglio le casse comunali nel silenzio di tutta la politica, da destra a sinistra. Chissà perché.

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