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Preti a processo a Vibo per tentata estorsione, la parte civile: “Il vescovo paghi i danni”

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di Mimmo Famularo – Nuove sorprese e altri colpi di scena nello scandalo sessuale che imbarazza la Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea. Questa mattina dinnanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Tiziana Macrì, si è aperto il processo che vede imputati due sacerdoti: don Graziano Maccarone, 43 anni, segretario particolare del vescovo, e don Nicola De Luca, 40 anni, reggente della Chiesa Madonna del Rosario di Tropea. Sesso e ‘ndrangheta al centro di una vicenda dai contorni torbidi per i quali si è mossa la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. L’accusa ruota infatti su una tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e rischia di chiamare in causa persino il vescovo della Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea monsignor Luigi Renzo. I legali di parte civile, gli avvocati Michele Gigliotti e Daniela Scarfone, hanno infatti chiesto al Tribunale l’emissione di un decreto per la citazione del responsabile civile nella qualità del legale rappresentante della Curia vibonese, ovvero il vescovo Luigi Renzo. Il collegio si è riservato la decisione alla prossima udienza fissata per lunedì 19 aprile. Se la richiesta dovesse essere accolta la Diocesi di Mileto sarà quindi responsabile civile nel processo che si sta svolgendo a carico dei due preti e in caso di eventuale condanna la stessa Curia sarà chiamata a risarcire la parte civile.

Papà Roberto e figlie ammessi come parte civile

Nel frattempo le presunte vittime hanno incassato un punto a loro favore. Il Tribunale collegiale ha infatti dato il via libera alla costituzione di parte civile di Roberto Mazzocca e delle due figlie, Francesca e anche Danila. Quest’ultima non era stata ammessa nel corso dell’udienza preliminare che si era svolta nello scorso mese di gennaio. Secondo quanto emerso dalle indagini condotte sul campo dalla Squadra Mobile di Vibo, Roberto Mazzocca si era rivolto ai due sacerdoti perché lo aiutassero economicamente per evitare l’espropriazione dei beni pignorati alla figlia a causa di un debito contratto con una terza persona. I due preti, in concorso tra di loro e con più condotte perpetrate in tempi diversi mediante violenza e minaccia, avrebbero agito con l’intento di recuperare circa 9mila euro per compensare il debito contratto  da padre e figlia. I fatti contestati si riferiscono ad un arco temporale che oscilla tra la il 2012 e i primi mesi del 2013. Nel bel mezzo di questa vicenda si inseriscono anche una serie di messaggi a sfondo sessuale che Maccarone avrebbe inviato alla figlia maggiorenne del loro debitore, tra l’altro invalida al 100% per una disabilità. Gli investigatori avrebbero accertato oltre tremila contatti telefonici tra i due con don Graziano che si sarebbe fatto inviare non solo foto compromettenti ma anche indumenti intimi della ragazza, invitata – secondo l’accusa – anche in un albergo di Pizzo per un incontro sessuale che tuttavia non ha avuto poi luogo. Maccarone avrebbe evocato anche l’intervento del clan Mancuso di Limbadi in caso di mancata restituzione del denaro. Così la vicenda è finita sulla scrivania del procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri che ha aperto l’inchiesta affidata al sostituto Annamaria Frustaci.

Il “giallo” sul fascicolo sparito

Lo scorso 21 gennaio il gup Vittorio Rinaldi ha disposto il rinvio a giudizio per i due sacerdoti, difesi dagli avvocati Giovanni Vecchio e Fortunata Iannello. Un’udienza intermedia si era tenuta il 4 marzo per la formazione del fascicolo propedeutico al dibattimento. Tra lo stupore dello stesso giudice si è scoperto che dagli atti erano sparite le carte relative all’ammissione delle parti civili. A seguito di ciò il pm Irene Crea ha aperto un fascicolo contro ignoti per fare luce su quanto accaduto. Nel rilevare tutto ciò il gup ha osservato che la difesa di Maccarone “come emerge dalla documentazione a disposizione della cancelleria, aveva avanzato istanza per visionare il fascicolo processuale prima dell’udienza del 4 marzo 2021 e ha materialmente visionato il fascicolo processuale”. La Procura di Catanzaro vuole adesso capire se dietro la documentazione sparita nel nulla possa esserci qualche “manina” sospetta o se quanto accaduto sia stato solo il frutto del caso. Nell’udienza di oggi le parti civili sono riuscite a costituirsi e la richiesta di ammissione è stata accolta dal Tribunale collegiale che ha rigettato tutte le eccezioni presentate dalle difese. Attesa adesso per l’appuntamento del 19 aprile con i giudici chiamati a decidere sulla citazione della Diocesi come responsabile civile.

Minacce mafiose e messaggi a sfondo sessuale, a processo due sacerdoti vibonesi

 

 

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