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Prisoners tax, così la cosca nascondeva la droga a casa dell’invalido inconsapevole

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Sono oltre quaranta i capi di imputazione contestati, a vario titolo, agli indagati  dell’operazione Prisoners Tax, nell’ordinanza vergata dal gip Antonio Battaglia su richiesta della Procura di Catanzaro, che ha portato all’alba di oggi all’esecuzione di 25 misure cautelari. Un episodio in particolare  fa riferimento all’attività di spaccio svolta da  Domenico Spadea, che utilizzava per gli scambi la propria abitazione, con la complicità del padre e della madre. I carabinieri, in seguito alla perquisizione nell’abitazione di A. S., hanno ritrovato uno zaino di colore rosa e viola all’interno del quale erano custoditi ben 223 grammi di marijuana e due bilancini di precisione utilizzati per il confezionamento della droga. E sono le dichiarazioni dell’uomo, risultato subito estraneo alla vicenda, che avrebbero consentito di individuare negli Spadea gli effettivi proprietari della droga: il gruppo finito nella rete dagli inquirenti infatti, per sviare i sospetti,  aveva nascosto la droga all’interno dell’abitazione dove la madre di Domenico Spadea svolgeva l’attività di badante. S. oltre a negare che la borsa fosse sua, avrebbe riferito  che la stanza dove la stessa era stata trovata era utilizzata esclusivamente da Carmela  Vono per stirare ed appendere la biancheria e che la donna oltre che occuparsi della sua persona, aveva anche la disponibilità delle chiavi ed eccedeva alla sua abitazione tramite un balconcino limitrofo. Dall’ascolto delle conversazioni intervenute proprio negli istanti del ritrovamento, si  nota la preoccupazione di Spadea e della madre all’arrivo dei carabinieri, che cercano in tutti i modi di tentare di sottrarre lo zaino poi trovato: “Domè ma qua sono venuti i carabinieri… sono andati a casa di … che aspetti muoviti ad andare là… muoviti non è che succede qualcosa”. La ricostruzione dei fatti, per il gip firmatario dell’ordinanza, non lascia alcun dubbio sulla  riconducibilità della disponibilità dello zaino e della droga in esso contenuta alle persone di  Spadea e Vono, sospettata di aiutare il figlio nell’attività di spaccio che questo svolge in modo professionale e con l’uso della sua abitazione. Diversi sono anche i casi di estorsioni documentati nelle carte: in un episodio in particolare gli indagati si sarebbero fatti consegnare i soldi dai genitori di un cliente.  Corapi con l’ausilio del suo stretto collaboratore Antonio Aversa, non si fan scrupolo  di investire della questione anche i genitori  della vittima ripetutamente compulsati per ottenere il pagamento del debito contratto dal figlio. Insulti e persecuzioni telefoniche dal contenuto minaccioso con cui i due indagati tempestano non soltanto il giovane debitore , quanto anche i suoi genitori, ai quali venivano prospettate vere e proprie ritorsioni fisiche: “come dobbiamo fare con il figlio vostro… insomma non è puntuale”. Minacce che sortiscono anche parziali effetti:  i genitori riescono a restituire a Corapi una parte del debito impegnandosi poi al pagamento della rimanenza “ per fine mese ti restituisco 1450 euro”. Il contesto intercettivo, che di per sé è già sufficiente per delinearne un  quadro di gravità indiziaria a carico di entrambi gli indagati, e viene poi ulteriormente corroborato anche dalle dichiarazioni dei genitori, che per un verso confermano la dipendenza dalla droga del figlio e dall’altro ribadiscono le pressanti richieste di denaro ricevute dai due indagati anche con minacciose e visite nella loro abitazione. (g. p.)

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