Processo ai clan di Lamezia, pioggia di ricorsi bocciati dalla Cassazione

Astensione dalle udienze

di Gabriella Passariello- La seconda sezione della Corte di cassazione ha bocciato la maggior parte dei ricorsi e annullato con rinvio soltanto alcune posizioni relative ai 29 imputati giudicati con rito abbreviato, coinvolti nella maxi operazione  antimafia, denominata, “Andromeda”, condotta il 14 maggio 2015, dalla Squadra mobile, dalla Dia, dal Gico di Catanzaro,  contro la famiglia Iannazzo e il clan satellite Cannizzaro-Da Ponte, in esecuzione di 45 provvedimenti cautelari vergati dal gip su richiesta della Dda. In particolare gli Ermellini hanno accolto il ricorso dei legali difensori per Angelo Anzalone, (nei cui confronti i giudici di secondo grado avevano inflitto l’ergastolo), per Vincenzo Torcasio, (condannato dai giudici di secondo grado a 16 anni), per Francesco Mascaro, (8 anni e 2 mesi in secondo grado). Per loro ci sarà un nuovo processo di appello, così come ci sarà un nuovo processo di appello per Alfredo Gagliardi, (assolto in secondo grado per non aver commesso il fatto), accogliendo il ricorso del sostituto procuratore generale.  Bocciati tutti gli altri ricorsi, rispetto ai quali restano confermate le condanne inflitte dalla Corte di appello di Catanzaro. Per Matteo Vescio (collaboratore di giustizia)condannato in secondo grado a 5 anni e 2 mesi e Gennaro Pulice (collaboratore di giustizia)condannato a7 anni 10 mesi e 20 giorni, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio.

I ricorsi bocciati

I ricorsi bocciati

Restano confermate le pene inflitte in secondo grado per Emanuele Iannazzo, 9 anni; Pietro Paolo Stranges (collaboratore di giustizia)3 anni e 2 mesi; Antonino Cannizzaro (40 anni ), 6 anni; Antonio Provenzano, 8 anni e 6 mesi, 1600 euro di multa; Pietro Iannazzo, 8 anni e 4 mesi; Giovannino Iannazzo, 8 anni e 8 mesi di reclusione, 2mila euro di multa;  Vincenzino Iannazzo, 14 anni e 6 mesi di reclusione, 3.700 euro di multa; Francesco Iannazzo, 10 anni e 8 mesi di reclusione; Antonio Davoli, 8 anni e 8 mesi di reclusione, 2mila euro di multa; Santo Iannazzo , 8 anni e 8 mesi di reclusione, 2000 euro di multa; Adriano Sesto, 5 anni e 8 mesi; Bruno Gagliardi, ergastolo; Domenico Antonio Cannizzaro (54 anni), 10 anni e 8 mesi; Domenico Cannizzaro (45 anni), 6 anni; Mario Chieffallo,  8 anni; Antonio Chieffallo 6 anni; Gino Giovanni Daponte, 10 anni e 8 mesi; Peppino Daponte, 8 anni; Salvatore F. Pontieri, 6 anni; Pasquale Lupia, 6 anni; Gregorio Scalise, 6 anni, mille euro di multa; Vincenzo Giampà, 6 anni e 1800 euro di multa; Claudio Scardamaglia, 2 anni con sospensione condizionale della pena.

Le ipotesi di accusa

Agli imputati vengono contestati  a vario titolo oltre l’associazione a delinquere di stampo mafioso, una serie di estorsioni ai danni di imprenditori,  episodi traffico d’armi,  anche gli omicidi. In particolare è stata fatta luce sull’omicidio di Vincenzo Torcasio, all’epoca reggente dell’omonima cosca, ucciso nel maggio del 2003 davanti al commissariato di Lamezia Terme.

 Una cosca di elite, che puntava a fare affari nelle aziende, riconosciuta autonoma nel lametino, capace di arrivare anche in Svizzera, Irlanda e di tessere rapporti con la ‘ndrangheta Reggina, quella dei Pesce Bellocco e dei Mancuso di Limbadi. Una vera e propria cosca imprenditoriale come l’ha descritta il gip Domenico Commodaro firmatario dell’ordinanza di 45 misure cautelari, che non avrebbe disdegnato in passato di far ricorso alle armi ma che avrebbe scelto una nuova connotazione: essere mafia imprenditrice.  Addirittura dall’estero dove risiedeva Vincenzino Iannazzo, sarebbero arrivati tramite “pizzini” le indicazioni puntuali e precise sulle strategie imprenditoriali delle società a lui riconducibili.

La mafia imprenditrice

Nell’ordinanza di custodia cautelare, è stata ricostruita la temibile consorteria criminale dei Iannazzo, individuando i ruoli di vertice del sodalizio: Vincenzino Iannazzo detto “Il Moretto”, Pietro Iannazzo, Francesco Iannazzo detto “Cafarone” e le alleanze costituite nel corso degli anni con le cosche Giampà e Nannizzaro – Da Ponte. Il capocosca Vincenzino Iannazzo, tramite alcuni che all’epoca dei fatti erano indagati e fungevano da prestanome, avrebbe gestito direttamente due aziende lametine, la Tirrena costruzioni srl e Cascina della Bontà, determinandone di fatto le scelte aziendali pur non risultando tra i soci.

Il collegio difensivo

Nel collegio difensivo compaiono, tra gli altri, i nomi degli avvocati Salvatore Staiano, Vincenzo Cicino, Mario Murone, Alfredo Gaito, Antonio Larussa, Gianluca Careri, Francesco Gambardella, Giuseppe Carvelli, Pasquale Naccarato, Lucio Canzoniere, Renzo Andricciola e Massimiliano Carnovale.

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