Processo Bergamini: l’aborto a Londra, la telefonata misteriosa e le ruote della Maserati senza fango

In aula a Cosenza l'amica fisioterapista e il cognato di Denis Bergamini il calciatore scomparso prematuramente in circostanze mai del tutto chiarite

di Maria Teresa Improta – Le parlò sin da subito di una cosentina che non accettava la fine della loro relazione. L’amica fisioterapista di Denis Bergamini ha oggi raccontato nel dettaglio il rapporto con il centrocampista ferrarese, in Corte d’Assise, a Cosenza, innanzi al collegio presieduto da Paola Lucente con a latere il giudice Marco Bilotta. Prosegue a pieno ritmo il processo che intende far luce sulla morte del giovane calciatore del Cosenza ritrovato cadavere sulla statale 106 nel novembre del 1989 all’altezza del Comune di Roseto Capo Spulico. Un decesso inizialmente attribuito a suicidio, cui circostanze non sono state mai del tutto chiarite. Dopo la riapertura del caso nel 2017 da parte dell’ex procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla alla sbarra c’è un unico imputato. Si tratta di Isabella Internò, l’ex fidanzata che viaggiava sulla Maserati di Denis la sera in cui perse la vita. È accusata di omicidio volontario pluriaggravato e siede in prima fila al fianco del suo avvocato.

L’amica fisioterapista

L’amica fisioterapista

L’amica fisioterapista di Bergamini, Roberta Sacchi, ha risposto a tutte le domande dell’accusa rappresentata dal pm Luca Primicerio e dal procuratore capo di Castrovillari Alessandro D’Alessio oggi presente in aula. Dal 1988 esercita la professione e ha conosciuto Denis nel gennaio 1989 nel reparto di Medicina dello Sport del Policlinico San Matteo di Pavia. Il giovane calciatore suo coetaneo (all’epoca dei fatti avevano entrambi 26 anni) era stato ricoverato dopo l’infortunio verificatosi durante gli allenamenti del sabato precedente al match Udinese – Cosenza. “Per Denis il calcio veniva prima di tutto qualsiasi tipo di riabilitazione gli si proponesse la faceva senza obiettare, era attento e scrupoloso. Odiava e condannava la compravendita dei risultati delle partite, riteneva fossero penalizzanti per chi si sacrificava con duri allenamenti. Tra noi è nato un rapporto di amicizia in brevissimo tempo. Ci siamo visti anche dopo le dimissioni – spiega Sacchi – abbiamo trascorso insieme un fine settimana alla fine di aprile. Lui mi aveva detto che stava uscendo da una relazione complicata. Ci sentivamo telefonicamente quando lui era a Cosenza. Ricordo ancora il suo numero a memoria. Già dai primi giorni della nostra conoscenza mi aveva parlato di Isabella e la cosa mi aveva stupita. Diceva che stava cercando di uscire da questa relazione che in realtà era finita dal novembre 1988, ma lei continuava a seguirlo a stargli sempre dietro ovunque andasse. Provava affetto nei suoi confronti perché erano stati tre anni insieme ed era dispiaciuto dal fatto che lei soffrisse, però per lui la storia era chiusa. La definiva onnipresente”.

Lo scherzo della lupara: “Hai ragione in Calabria non sono cambiate le cose”

“Ad agosto ero in vacanza a Lamezia l’ho cercato, sono venuta a Cosenza, non siamo riusciti a vederci. A novembre quando l’ho rivisto a Monza in occasione del match con il Cosenza lui era risentito perché non ero andato a trovarlo, gli spiegai che ero stata lì lo avevo cercato allo stadio, al motel, al San Francesco, invano. Nessuno gli aveva detto nulla. Chiarito ciò gli chiesi se era tornato insieme a Isabella e mi disse che non aveva affatto cambiato idea su quella ragazza. Non voleva stare con lei. Scherzando – continua Sacchi – gli dissi di stare attento perché da quelle parti usano la lupara. Lui rispose che era la stessa cosa che diceva suo padre, però i tempi erano cambiati in Calabria ed era bello viverci perché aveva trovato anche tante persone che gli volevano bene. Poi un giorno cambiò all’improvviso opinione. Diceva: “Sai che avete ragione? Le cose giù non sono mai cambiate”. Mi aveva chiarito che se volevo un rapporto serio in quel momento non era possibile per i chilometri che ci separavano e di non essere gelosa. Lo tranquillizzai dicendogli la verità: la gelosia non rientra nel mio carattere. A Piacenza non giocò perché si era fatto male con il Pavia. Gli proposi di venire in discoteca con le mie amiche, ma disse “anche se non gioco io resto in ritiro”. In discoteca quel sabato sera prima della partita c’era il portiere Gigi Simoni e i dirigenti del Cosenza. Il dj li ha annunciati ai microfoni. Quando glielo raccontai era basito, sorpreso, incredulo, stranito, silenzioso, pensieroso. Parecchi anni dopo la sua morte ho ricevuto la telefonata di una donna con accento meridionale agitata, arrabbiata, che insisteva nel voler sapere dove abitavo, disse di chiamarsi Isabella e del cognome capì solo il ‘no’ finale. Era il 2000. Ho appreso dell’esistenza di Roberta Alleati dai giornali, Denis non me ne aveva mai parlato. Di Isabella non mi disse mai che l’aveva accompagnata a Londra per abortire”.

L’aborto a Londra e la telefonata misteriosa

A essere ascoltato oggi è stato anche il cognato di Denis Bergamini, l’ex marito di Donata Bergamini. “Dopo 32 anni di matrimonio – ha dichiarato Guido Dalle Vacche – abbiamo divorziato, ma eravamo sposati dal 1984. Viviamo in un piccolo paese, a Donato l’ho visto crescere. Eravamo amici prima che cognati. Ho conosciuto Isabella Internò nel luglio 1987 quando venne a casa mia perché doveva abortire. Mia moglie prese un appuntamento dal ginecologo all’Ospedale di Lugo, però era già incinta di 5 mesi e mezzo ed era impossibile interrompere la gravidanza. Andarono quindi a Torino dove la zia di Isabella organizzò il viaggio per Londra dove riuscì ad abortire. Consigliai a Denis di pensarci bene, lui non aveva dubbi: non voleva sposarla, in quel periodo erano iniziati i primi dissapori e in più non era sicuro che fosse suo figlio. Me lo disse davanti sia a Donata sia alla stessa Internò. Lei sembrava abbastanza d’accordo. Allo stesso tempo quando parlò con mio suocero Denis disse che era disponibile a riconoscere il figlio qualora fosse risultato essere suo. Lui diceva che lo avrebbe tenuto, ma lei aveva deciso di abortire. Il papà di Denis era molto contrariato da questa scelta diceva che non doveva farlo perché era pericoloso per la salute e perché in meridione queste cose possono avere gravi ripercussioni. Nella primavera del 1988 Denis mi ha confessato di aver lasciato Internò perché non le piaceva, era possessiva-ossessiva, non voleva stare insieme a lei, si continuavano a vedere solo occasionalmente. Un anno dopo affermò che era finita definitivamente, mi parlava di Roberta Alleati di Russi una ragazza che aveva iniziato a frequentare con entusiasmo. L’ho visto fino al lunedì precedente all’omicidio, era il giorno successivo alla partita con il Monza. Fu una serata strana. Eravamo a cena dai miei suoceri, squillò il telefono intorno alle 20:00, si alzò per rispondere e dopo un minuto tornò a tavola turbato. Quella telefonata lo aveva scosso, era cambiato in volto, sudava. Domizio gli chiese cosa gli stesse succedendo e lui disse “non è niente sono cose mie”. Dopo cena è venuto a casa mia a mangiare le castagne e non era sorridente, appariva molto serio. Con Donata gli chiedemmo di quella telefonata e disse “a papà farebbe piacere sapere quello che è successo, ma non è niente di particolare”. Donata chiese cosa intendesse dire. Lui non rispose”.

Il cognato di Denis: “Mai creduto al suicidio, tanti sospetti su Isabella”

“Sabato 18 novembre 1989 eravamo a mangiare la pizza da amici con Donata. Al termine della cena – spiega il cognato di Denis – sono andato al bar e fui avvisato che c’erano delle persone che mi cercavano. Era il padre di Rudy Brunello che mi disse di chiamare subito al Motel Agip perché era successa una cosa a Donato. Padovano afferma che Denis aveva abbandonato il ritiro e si era gettato sotto un camion a 100 chilometri da Cosenza, con lui in auto c’era Isabella. Partimmo subito con mia moglie e i miei suoceri diretti in Calabria. Per l’intero viaggio mio suocero continuò a ripetere la stessa frase: “non è possibile”. Diceva che secondo lui lo avevano ucciso per colpa di Isabella. Lui ha sempre sostenuto questa tesi. Siamo andati sul piazzale e ci siamo resi conto che il brigadiere ci stava prendendo in giro, non ci indicava dove era il corpo. Dopo aver visto il corpo ci siamo ancora di più convinti che è stato ammazzato e portato lì, tant’è che non c’erano chiazze di sangue o segni di trascinamento. Inoltre quella piazzola era piena di fango e la Maserati pulitissima, neanche le ruote erano macchiate. All’obitorio dell’Ospedale di Trebisacce abbiamo visto la salma: aveva il viso intatto. Presentava solo un piccolo livido grande quanto una moneta sopra la tempia destra. Non era plausibile l’ipotesi del suicidio. In quel periodo aveva quasi sottoscritto un contratto con il Parma, ma la dirigenza del Cosenza gli aveva raddoppiato il compenso e per una questione affettiva e di riconoscenza decise di non abbandonare di restare in Calabria. Suo padre non era d’accordo”. L’ultimo teste ascoltato durante l’udienza, dopo un battibecco tra gli avvocati dovuto alla presenza in aula del presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra, è stato l’ex calciatore del Cosenza Bruno Caneo che ha sinteticamente espresso le qualità di Bergamini in campo e i rapporti con i compagni di squadra.

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