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Processo “Imponimento” a rischio cortocircuito. Gli avvocati: “Intercettazioni inutilizzabili”

di Mimmo Famularo – L’inchiesta “Imponimento” rischia il cortocircuito. Tutta colpa delle intercettazioni che potrebbero non essere utilizzabili nel procedimento penale e indurre il gup di Catanzaro Francesco Rinaldi a decretare il non luogo a procedere per gli imputati coinvolti. E’ un’ipotesi estrema ma possibile che emerge nel corso di una nuova puntata dell’udienza preliminare tenutasi questa mattina nell’aula bunker di Lamezia Terme proprio nell’ultimo giorno utile per le difese chiamate a formalizzare le richieste di rito speciale. Questioni di natura tecnica. Forse il primo vero scoglio materializzatosi all’improvviso e da superare per la Dda di Catanzaro che ha chiesto il processo per 147 imputati. Tra di loro i vertici del clan Anello-Fruci di Filadelfia e Acconia, esponenti di primo piano di altre consorterie criminali vibonesi ma anche politici, imprenditori, professionisti coinvolti nell’inchiesta condotta sul campo dalla Guardia di finanza sotto la supervisione del procuratore Nicola Gratteri e del suo vice Vincenzo Capomolla e il coordinamento dei sostituti procuratori Antonio De Bernardo e Chiara Bonfadini.

“Server utilizzato senza il consenso della Procura”

Gli avvocati Luca Cianferoni e Sergio Rotundo hanno sollevato un’eccezione di inutilizzabilità assoluta del sistema di captazione informatica adottato dagli operatori di polizia giudiziaria. Sull’onda di quanto accaduto nel processo al magistrato Luca Palamara, anche qui le difese hanno avanzato dubbi sull’utilizzabilità delle intercettazioni del trojan e, in particolare, su quelle provenienti da un server di transito ravvisando una situazione analoga. La legge prescrive che il server sia in possesso della Procura che indaga ma i file potrebbero essere stati salvati in un server diverso. I due legali vogliono fare chiarezza sul punto e hanno quindi chiesto al gup che venga disposta una perizia. Alla mozione di inutilizzabilità si sono associate tutte le difese sostenendo che “le indagini svolte dalla Procura tramite trojan, formano una prova illegale e come tale non indicativa per provare l’intero quadro accusatorio in capo agli imputati”. Secondo gli avvocati il server installato dal 2017 al 2019 sarebbe stato utilizzato “senza il consenso della Procura”.

Tutto rinviato all’udienza del 25 giugno

A sostegno della propria tesi, la difesa ha portato all’attenzione del giudice una sentenza della Corte di Cassazione in tema di autorizzazione del sistema di captazione informatica e delitti associativi, nella quale si chiarisce che: “la nuova disciplina trova applicazione ai procedimenti penali iscritti dal 1 settembre 2020; in virtù del principio tempus regit actum, invece, alle intercettazioni per procedimenti iscritti anteriormente a questa data- si applicano le regole già in vigore”. Nel caso di specie, le intercettazioni con mezzo trojan iniziavano nel 2015. Se ciò fosse vero, si realizzerebbe l’inutilizzabilità della prova. L’ufficio di Procura rappresentato in aula dal pm Antonio De Bernardo si è opposto alla richiesta del collegio difensivo riservandosi la replica nella prossima udienza. La palla passerà poi al gup Rinaldi che scioglierà deciderà se ammettere o meno la perizia nell’udienza in programma il 25 giugno.

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