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Quella Tosca che oltraggia l’Arma: polemica a Scolacium

Il fulmine della polemica sul ciel sereno di una bella rappresentazione lirica, quella della Tosca di Puccini portata in scena nell’ambito di Armonie d’Arte a Scolacium di Borgia (Catanzaro).

Non è piaciuto a molti, in particolare alla lettrice che ha scritto al direttore del Festival Chiara Giordano, il costume da carabinieri (vedi foto copertina) con cui sono stati abbigliati alcuni attori in scena particolarmente violenti e senza scrupoli.

Una scelta, quella della produzione, in verità assai discutibile.

Il testo integrale delle riflessioni

Gentile Direttore Giordano,  le scrivo dopo aver assistito alla rappresentazione della Tosca andata in scena ieri sera, per condividere con lei e con il regista alcune modeste riflessioni. Uno spettacolo il cui indiscusso valore artistico è stato subissato dallo sdegno suscitato in me dalla scelta, a mio parere assolutamente deprecabile, di vestire i membri della polizia papalina con un’uniforme chiaramente identificabile con quella in uso all’Arma dei Carabinieri.

Il ruolo che in tutta l’opera hanno gli “scagnozzi” del crudele Scarpia, i gesti che l’autore gli fa compiere, il loro significato e le loro implicazioni, sono la rappresentazione plastica della ferocia, della violenza, della pervicace volontà di prevaricazione che alberga in chi pensa di poter utilizzare il proprio ufficio a scopi egoistici, deplorevoli, contrari ad ogni sano principio, compresa, in questo caso, la condiscendenza verso l’ignobile pratica dell’abuso sulle donne. E il disgusto di vedere associato tutto ciò ai valori altissimi, alla nobiltà d’intenti, agli incrollabili sani principi rappresentati dall’Arma dei carabinieri mi ha letteralmente travolto.

Non ho repentinamente abbandonato la splendida cornice del Parco Archeologico Scolacium per il rispetto dovuto non solo al mondo dell’arte, ma soprattutto ai professionisti che stavano facendo il proprio lavoro che, come quello di tutti, merita rispetto. Sono rimasta con autentico disagio fino all’ultimo.

LE SCENE INCRIMINATE

Dal mio posto ormai “incandescente”, ho assistito inorridita all’oscenità del “quadro” in cui, in bella vista, al lato del proscenio, è stata riprodotta la cella di un carcere all’interno della quale un gruppo di “carabinieri”, fasulli, massacrano un arrestato torturandolo a suon di botte, in un crescendo di volgarità, fino al culmine dell’orrore di un militare che giustizia con la propria arma d’ordinanza un Cavaradossi inginocchiato con le mani legate dietro la schiena, sparandogli un colpo in testa in puro stile da esecuzione mafiosa. Stile che conosco bene, essendomi formata nella mia professione di giornalista occupandomi delle malefatte della ‘ndrangheta e, dentro ai nostri tribunali, dello scempio dell’illegalità diffusa che ancora, troppo spesso, addensa nubi minacciose nel cielo sopra la mia splendida Calabria, come sopra a tanta parte della mia ancor più amata Italia.

Nubi che trovano sempre, incrollabile, inarrestabile, salda e determinata l’attività degli Appartenenti all’Arma dei carabinieri, un’attività sacrificata, faticosa, svolta con onore e improntata al più alto senso del dovere, a costo di sacrifici che i più disconoscono.

Un’attività che conosco bene, avendo corso per anni, per lavoro, dietro alle onnipresenti sirene dei Carabinieri, passando da un morto ammazzato a una rapina, a una “semplice” rissa piuttosto che ad un incidente, sirene sempre presenti a tutte le ore e con qualunque condizione, ovunque si verificasse qualunque circostanza in cui ci fosse bisogno di aiutare, rassicurare, difendere. Un’attività che oggi conosco ancor di più da moglie, orgogliosa e fiera, di un carabiniere, e da madre di figli che crescono anche nel fulgido esempio che l’Arma da loro.

Ieri mi ero preparata ad assistere allo spettacolo leggendone il libretto in cui lei, Direttore, presenta la messa in scena ricordando che “un Festival non è mai solo un accadimento estetico, ma anche una riflessione etico culturale per ritrovare e ricreare rinnovato umanesimo”. Ebbene mi chiedo: quale riflessione etico culturale si è voluta suscitare rappresentando i Carabinieri come dei vili torturatori?

SCELTA SUPERFICIALE O INFELICE?

Non voglio credere che si sia trattato di un tentativo di aprire la porta a una strisciante polemica politica, deformando maldestramente la stessa fisionomia storica e culturale della Tosca, perché questo significherebbe un comportamento a dir poco irriguardoso al cospetto di un’arte nobile come l’opera lirica, che non credo possa essere usata a scopi propagandistici, proprio come non può essere usata, in alcun modo e per qualunque altro scopo diverso dalla sua stessa natura ed essenza, la divisa, che è un simbolo, una seconda pelle, non un contenitore ma un contenuto carico di significati fulgidi.

Qualunque sia stata la motivazione di quella scelta così poco felice, Direttore, non credo che aver “usato” la divisa in quel modo sia una cosa da minimizzare. Sappia che quella scelta si è tradotta in un’offesa alla dignità e all’onore di migliaia e migliaia di donne e uomini che rappresentano un vanto per questo Paese, che nella loro “semplice” integrità di Carabinieri spendono una vita al servizio degli altri. Ma anche in un’offesa a tutti i cittadini che a quell’Istituzione si affidano, che in quell’Istituzione credono, che a quella Istituzione tendono la mano nel momento del bisogno.

Mi consola, piuttosto, aver sentito in platea attorno a me i commenti di tanti che non hanno condiviso quella scelta e mi scuso se oggi le ho sottratto tempo nel tornare a sottolineare il mio forte disappunto, ma credo fermamente che in un’epoca di informazione distorta e cinismo sfrenato sia sempre il caso di esternare un pensiero che, secondo me, rimetta le cose nella giusta prospettiva, esaltando ciò che di buono c’è. Buono, come l’Arma dei carabinieri.

Distinti saluti – Olga Iembo

© Riproduzione riservata.

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