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Rapporto DIA, istantanea della ‘ndrangheta reggina

ndrangheta scommesse

Di Vincenzo Imperitura – Un piede saldamente piantato nel solco di una tradizione di malaffare lungo decenni, l’altro decisamente proiettato verso la modernità economico-finanziaria più sfrenata. Il rapporto della Dia sul secondo semestre del 2018, mostra un’istantanea della ‘ndrangheta reggina che nonostante i tanti colpi subiti, riesce a espandersi verso nuove rotte “commerciali” a cui riesce ad accedere (e a sedere ai tavoli che contano) grazie alla montagna di denaro proveniente dal traffico di cocaina. Un fiume di droga saldamente in mano alle cosche dei tre mandamenti (con un ruolo di particolare importanza rivestito dalle locali del mandamento Jonico) che operano nella provincia più a sud dello stivale e che consente alle cosche di invadere le economie di mezzo mondo.

E del resto, le ‘ndrine reggine sono praticamente le uniche nel panorama criminale italiano, a potere sedere allo stesso tavolo con i cartelli della droga di centro e sud America. Un rapporto così consolidato negli anni che ha consentito alle “famiglie” di ‘ndrangheta di entrare in affari con altre consorterie criminali (cosa nostra e camorra), generando un sempre più alto flusso di denaro illecito: una montagna di soldi che servono a comprare società, unità immobiliari, rapporti finanziari che sempre più spesso si confondono nell’economia pulita, grazie anche al sostegno di un’ampia zona grigia fatta di professionisti e dirigenti della pubblica amministrazione. Sono infatti 28 – annotano alla direzione investigativa antimafia – le amministrazioni pubbliche rette da un commissario prefettizio a seguito di un scioglimento per mafia.

Un buco amministrativo – e certamente di rappresentanza – in cui il territorio della provincia di Reggio riveste, suo malgrado, il ruolo di capofila in Regione. E se è così grande la capacità infiltrante delle cosche reggine (sia sul piano economico che su quello finanziario) e così forte la capacità di “adattamento” delle cosche all’ambiente che le circonda (sia nei territori di competenza che in quelli di nuova espansione), lo si deve anche alla capacità delle famiglie mafiose, di rispettare tutta una serie di codici che si ripropongono sempre uguali a se stessi. Un rispetto delle tradizioni che «non è solo folklore», dicono alla Dia, e che è comunque in grado di evolversi seguendo la corrente degli eventi. Come nel caso delle donne che, da semplici custodi dei valori familiari sono passate nel tempo a ruoli sempre più di prima linea. «Figure non subalterne al capo – scrivono gli inquirenti nell’indagine “Quieto vivere” – ma semplicemente subordinate, in una rigida gerarchia, quasi di tipo militare, che connota le organizzazioni criminali».

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