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Rimpiazzo, il pentito avverte il testimone di giustizia: “Stia attento, la ‘ndrangheta non dimentica”

di Mimmo Famularo – E’ la notte del 21 luglio 2008. A Vibo Valentia la saracinesca dell’antico molino Morelli ubicato in località Ottocannali viene danneggiata con dieci colpi di pistola. Il giorno dopo il titolare denuncia tutto ai carabinieri e aggiunge di aver anche ricevuto un paio di chiamate sospette: “Preparate i soldi per gli amici, altrimenti vi tocchiamo i figli!”. Quella denuncia dà l’avvio a un’indagine che in poco tempo sfocia nell’operazione “Zain” e il coraggioso imprenditore che rompe il muro del silenzio diventa un testimone di giustizia. Si chiama Giuseppe Morelli e a distanza di un oltre un decennio da quella notte il suo nome  risuona forte nel processo “Rimpiazzo” contro il clan dei Piscopisani. A pronunciarlo è il collaboratore di giustizia Andrea Mantella rispondendo alle domande del pm antimafia Andrea Mancuso. “Michele Fiorillo, alias Zarrillo, – ha dichiarato il pentito collegato in videoconferenza da un sito riservato – voleva uccidere il signor Morelli. Anzi il signor Morelli deve sapere che i Piscopisani non dimenticano, quindi deve starsi molto attento”. La ‘ndrangheta non dimentica e, secondo quanto riferito da Mantella, neanche nel caso di una vicenda che dal punto di vista processuale è terminata con un paio di condanne e diverse assoluzioni. Un processo istruito all’epoca dei fatti dalla Procura ordinaria e non dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel frattempo quello che molti avevano individuato come un semplice gruppo criminale si sarebbe trasformato in un locale di ‘ndrangheta con l’ambizione di “rimpiazzare” il principale clan vibonese, quello dei Mancuso.

“Una punizione esemplare per chi si ribella”

Morelli ha confermato le accuse contro i suoi estorsori anche in aula senza alcun tentennamento, andando fino in fondo, oltre la paura e le minacce. Un imprenditore coraggioso nel “mirino” dei clan. Ad ucciderlo doveva essere proprio Mantella. E’ infatti a lui che i vertici del gruppo criminale di Piscopio avrebbero chiesto il favore. “Ai tempi – aggiunge Mantella – i Piscopisani erano in difficoltà per l’operazione Zaira una cosa del genere (Zain in realtà n.d.r.) non mi ricordo, per quell’estorsione. In giro c’era Michele Fiorillo, alias Zarrillo e voleva uccidere questo testimone di giustizia per vendicare l’offesa subita dal proprio locale di ‘ndrangheta di Piscopio perché voleva essere una punizione esemplare, una cosa emblematica, che chi si ribella verrà ucciso. Aveva questa aspirazione”. Secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia nel corso del lungo esame dinnanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, dove si sta svolgendo il processo nato dalla maxi-inchiesta “Rimpiazzo”, Fiorillo avrebbe proposto a Mantella una sorta di baratto: “Io ti uccido a uno dei Lo Bianco a Vibo, a chi vuoi tu”. In cambio l’ex boss scissionista avrebbe dovuto vendicare i Piscopisani ammazzando l’imprenditore che si era ribellato. “Mi aveva chiesto uno scambio se io uccidevo il Morelli del Mulino perché il Morelli – racconta ancora il pentito – ogni mattina presto andava a fare visita alla mamma che vive a Stefanaconi”. E sulla provinciale che collega Vibo a Stefanaconi Mantella aveva l’azienda. “Poi per fortuna – precisa – non ci siamo messi d’accordo per, purtroppo, nel mezzo ci andò Michele Palumbo, ecco. E’ morto l’assicuratore, hanno ucciso l’assicuratore”.

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