l'analisi

Rinascita Scott, altro che flop. La sentenza del maxiprocesso ha raso al suolo la ‘ndrangheta

Il verdetto emesso dal Tribunale di Vibo è un'autentica ecatombe per i boss e affiliati: dal superlatitante Pasquale Bonavota alle nuove leve una pioggia di condanne senza precedenti

La ‘ndrangheta nel Vibonese è al tappeto. Un pugile suonato dai colpi a raffica sferrati in questo ultimo quadriennio dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il quadro che emerge dalla sentenza di primo grado del filone ordinario di Rinascita Scott è chiarissimo: l’impianto accusatorio ha retto benissimo al vaglio del Tribunale collegiale di Vibo Valentia. In attesa di conoscere i verdetti dei processi stralcio nei quali sono finiti il super boss di Limbadi Luigi Mancuso e quello di Zungri Giuseppe Accorinti, per le altre articolazioni di ‘ndrangheta che prima del 19 dicembre 2019 hanno devastato il territorio vibonese il maxiprocesso è stato un’autentica ecatombe. Stavolta niente tarallucci e vino ma una pioggia di condanne mai viste a queste latitudini. Solo chi non conosce Vibo e il Vibonese può dire il contrario. La forma dice 207 condanne e 131 assoluzioni (LEGGI QUI). La sostanza risponde con il riconoscimento dell’associazione mafiosa, punto di partenza di una strategia, quella della Dda di Catanzaro, che certamente non si fermerà a Rinascita Scott. Notizia di ieri la richiesta di rinvio a giudizio per 285 indagati della tripla inchiesta Maestrale-Olimpo-Imperium per un altro maxiprocesso alle porte con alla sbarra non solo i boss ma anche tutti quei professionisti che, a vario titolo, avrebbero favorito la ‘ndrangheta vibonese (LEGGI QUI).

Decapitato il clan Bonavota di Sant’Onofrio

Ma procediamo con ordine. La sentenza del maxiprocesso di primo grado pronunciata dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia è una catastrofe per i Bonavota, una delle famiglie di ‘ndrangheta più potenti e pericolose della provincia, capace di opporsi allo strapotere dei Mancuso fino a controllare una porzione importante del territorio vibonese. Il capo dell’ala militare, Domenico Bonavota, è stato condannato a 30 anni di reclusione. E per lui i guai giudiziari non sono finiti perché è imputato in Corte d’assise, nel filone di “Rinascita Scott” sugli omicidi, e anche in Maestrale con la richiesta di rinvio a giudizio con tanto di udienza preliminare già fissata per il 12 dicembre. Insieme a lui sono stati condannati anche i fratelli: a Pasquale Bonavota, il super latitante catturato lo scorso mese di aprile a Genova, sono stati inflitti 28 anni, a Nicola Bonavota altri 26 che si aggiungono ai 30 inflitti nel luglio del 2022 per omicidio di Domenico Belsito. Il più piccolo della famiglia, Salvatore, detto Tore, è stato condannato a 16 anni. I vertici risultano completamente smantellati perché 22 anni e 6 mesi sono stati inflitti anche allo zio materno dei Bonavota, Domenico Cugliari, detto Micu i Mela. Niente sconti ai luogotenenti principali: 20 anni a Francesco Fortuna (già condannato per l’omicidio Belsito) e 16 anni al neo collaboratore di giustizia Onofrio Barbieri.

Smantellate le ‘ndrine di Vibo

Non è andata meglio alle ‘ndrine di Vibo. Vincenzo Barba, detto il Musichiere, ha preso 28 anni e rischia l’ergastolo in Corte d’Assise; Paolino Lo Bianco, figlio del defunto boss Carmelo, è stato condannato a 30 anni di reclusione; Antonio Macrì, classe 1957, a 20 anni e 10 mesi. Salvatore Mantella, cugino di Andrea Mantella, a 18 anni; il nuovo boss di Vibo, ex braccio destro proprio di Andrea Mantella, ovvero Salvatore Morelli, alias Turi l’americano, a 28 anni e 4 mesi; l’altro aspirante boss Rosario Pugliese, alias Cassarola, a 28 anni, il suo braccio destro Orazio Lo Bianco a 22. Condanne che si aggiungono a quelle arrivate in appello nell’abbreviato dove sono state stangate le “nuove leve” rappresentate da Antonio Francesco Pardea e Mommo Macrì, condannati in quella sede rispettivamente a 20 anni e 19 anni e 10 mesi. A Domenico Camillò, classe ’94, noto come “Mangano” è stata inflitta una pena di 26 anni. Esemplare anche la condanna rimediata da Luigi Federici: 25 anni. Chi ha messo a ferro e fuoco Vibo Valentia ha pagato un conto salatissimo e anche in Appello con il boom di pentiti e le prove sempre più schiaccianti sarà davvero difficile ribaltare la situazione o ottenere rilevanti sconti di pena. L’impianto accusatorio è più che solido nella parte ‘ndranghetistica ed è destinato a consolidarsi in futuro perché queste condanne spingeranno le leve più giovani, quelle abituati a caviale e champagne a collaborare con la giustizia per evitare di essere seppellite in carcere. I segnali sono già evidenti (LEGGI QUI).

Condannato anche il “Leonardo da Vinci” della ‘ndrangheta vibonese

Tra le condanne più pesanti spiccano i 30 anni inflitti a Saverio Razionale, il boss di San Gregorio d’Ippona che Andrea Mantella ha definito il “Leonardo da Vinci della ‘ndrangheta vibonese”. Nella piramide mafiosa della provincia è secondo per importanza solo a Luigi Mancuso. Per l’accusa avrebbe entrature importanti persino in Vaticano. Su di lui pende una richiesta di condanna all’ergastolo in Corte d’assise, nel filone di Rinascita Scott sugli omicidi. Da San Gregorio d’Ippona a Vibo Marina il passo è breve e anche qui il Tribunale collegiale non ha fatto sconti stangando un altro boss: Antonio Vacatello. Considerato il capo ‘ndrina di Vibo Marina e uno dei “fedelissimi” di Giuseppe Accorinti, il boss di Zungri, Vacatello è stato condannato a 30 anni di reclusione e altrettanti rischia di prenderli in Corte d’assise. Restando sul litorale costiero 24 anni sono stati inflitti al boss dell’omonimo clan di Tropea Antonio La Rosa e 20 anni ad Agostino Papaianni, figura di primo piano a Ricadi e dintorni.

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