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Rinascita Scott, il pentito Arena racconta gli affari al cimitero di Vibo e le tensioni tra clan

di Mimmo Famularo – Il controllo del cimitero di Vibo stava per scatenare una guerra tra opposte consorterie criminali. Da una parte i Pardea-Ranisi, dall’altra i Pugliese-Cassarola. E’ quanto ribadito in aula bunker dal collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena rispondendo alle domande dell’avvocato Salvatore Staiano nel corso del suo controesame nel maxiprocesso “Rinascita-Scott”. “Tutti coloro costruivano una cappella o precedevano a una ristrutturazione dovevano dare una percentuale a Macrì”. Arena si riferisce a Domenico Macrì, alias “Mommo”, ex luogotenente di Mantella e presunto aspirante boss di Vibo dopo l’arresto e il pentimento del suo mentore. “Quando è uscito dal carcere – aggiunge il collaboratore di giustizia – ho accompagnato Macrì da un imprenditore che faceva i lavori al cimitero e davanti a me gli disse che da quel momento chi costruiva o percepiva del reddito doveva fare i conti con lui”. Fin a quel momento – secondo quanto riferito da Arena – gli affari al cimitero erano cosa di Rosario Pugliese, detto “Cassarola” e Orazio Lo Bianco. Il business delle “cappelle d’oro” avrebbe creato forti tensioni. Fuoco sotto cenere pronto ad esplodere. “Non ci fu subito una reazione – precisa Arena – ma ci furono delle provocazioni da parte di Domenico Macrì alle quali seguirono delle sparatorie verso di loro e verso di noi”.

Delinquente o ‘ndranghetista?

Il controesame dell’avvocato Salvatore Staiano è partito dall’affiliazione alla ‘ndrangheta di Bartolomeo Arena che sarebbe avvenuta tra il 2012 e il 2013 in concomitanza con la nascita del nuovo Locale di Vibo Valentia. Una strategia tesa a sminuire il ruolo del collaboratore di giustizia all’interno della consorteria criminale. Come faceva ad avere tutte queste informazioni se prima del 2012 non era neanche affiliato e nella ‘ndrangheta vige la legge del silenzio? Ha chiosato il legale. Arena ha ribattuto ricordando la figura del padre scomparso per lupara bianca negli anni ottanta e quella del nonno. ‘Ndranghetista da due generazioni, insomma. “Nel 2016 – ricorda – ci siamo staccati creando un gruppo antagonista per commettere danneggiamenti, estorsioni tentate e consumate. Io ho fatto la mia parte”. Nella costituzione della nuova ‘ndrina staccata dai Lo Bianco non si sarebbero rapportati con i Mancuso con i quali i rapporti erano freddi e del nuovo locale non faceva parte neanche Andrea Mantella, il primo vero boss scissionista che nel frattempo era finito in carcere e da lì a poco si sarebbe pentito. “Prima di collaborare con la giustizia la persona che lo aiutava di più – afferma Arena – era Domenico Bonavota. Lo so perché me lo disse Giuseppe Fortuna e questa storia era nota all’interno del gruppo”. Un’affermazione contestata da Staiano secondo il quale era noto l’esatto contrario: attraverso alcune intercettazioni agli atti dell’inchiesta emergerebbe lo stato di indigenza di Mantella.

Il cellulare senza internet

Diploma conseguito all’Istituto professionale per il commercio in segretario d’azienda, un paio di anni all’università (abbandonata senza laurea) e un altro diploma in programmatore informativo, Bartolomeo Arena dimostra di avere una certa padronanza con la lingua italiana, non si scompone e ribatte punto su punto alle contestazioni di Staiano smentendo di aver appreso della vita processuale di tanti imputati da pennette Usb con all’interno atti giudiziari. “Non ho mai avuto un pc dopo il diploma di programmatore che mi serviva solo per curriculum e ho un cellulare che non può collegarsi a internet”.

La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro potrebbe rinunciare a una serie di altri teste al termine della deposizione degli ultimi collaboratori di giustizia. Dopo Bartolomeo Arena toccherà Michele Camillò e Gaetano Antonio Cannatà, gli ultimi due pentiti vibonesi in ordine cronologico. Tuttavia l’avvocato Salvatore Staiano proprio nell’udienza di oggi ha già espresso il suo dissenso verso qualsiasi teste al quale la pubblica accusa voglia rinunciare nel corso del maxiprocesso.

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