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Rinascita Scott, le paure del neo-pentito Cannatà e le fughe di notizie

di Mimmo Famularo – Temeva una fuga di notizia sulla sua collaborazione con la giustizia Gaetano Antonio Cannatà, 46 anni, il nuovo pentito della ‘ndrangheta vibonese i cui verbali, unitamente a quelli dell’altro collaboratore Michele Camillò, sono confluiti nei faldoni che la Dda di Catanzaro ha depositato lunedì scorso nell’udienza preliminare di “Rinascita Scott”. Sono quattro i verbali finiti tra le migliaia di pagine che vanno a rafforzare la tesi dell’accusa. Il primo risale al 16 giugno scorso quando Cannatà si è collegato in videoconferenza dal super carcere di Tolmezzo con il sostituto procuratore antimafia di Catanzaro Antonio De Bernardo al quale ha spiegato che l’idea di collaborare era già nata in occasione del suo primo arresto nel 2014 “ma all’epoca – aggiunge – era difficile farlo per l’ambiente in cui mi trovavo”. Un passo anticipato da una lettera scritta di proprio pugno subito dopo l’operazione “Rinascita” ma fatta firmare alla moglie per non mettere a rischio la sua sicurezza.

Le fughe di notizie in carcere: “Voi vibonesi fate molta attenzione”

Eppure qualcuno nel carcere di Tolmezzo aveva saputo della sua intenzione di pentirsi e nel nuovo interrogatorio, quello del 30 luglio a Rebibbia, racconta un episodio inquietante: “Ho appreso da Macrì Luciano, anche lui indagato in Rinascita e lì detenuto, che un agente di polizia penitenziaria di origini calabresi addetto al magazzino di quell’istituto di reclusione si è recato in sezione – cosa alquanto insolita – ponendolo in allerta e riferendogli ‘voi vibonesi fate molta attenzione’”. Un episodio che si sarebbe verificato dieci giorni dopo il primo interrogatorio e pochi giorni prima del trasferimento da Tolmezzo a Rebibbia. “Al fine di non far sorgere sospetti ho riferito ai miei codetenuti – racconta sempre Cannatà – che sarei stato portato a Catanzaro per rendere interrogatorio al pm e chiarire la mia posizione dopo la notifica dell’avviso di chiusura indagini. Successivamente mia sorella ha chiamato il carcere di Catanzaro per avere conferma che io fossi detenuto e, sorprendentemente, le è stato comunicato per mezzo telefono che io non mi trovavo a Catanzaro ma ero stato trasferito a Rebibbia”. Un’altra circostanza considerata dal neo-pentito anomala tanto da metterlo in apprensione e fargli pensare che la sua volontà di collaborare fosse già circolata nell’ambiente.

Le “talpe” nei carabinieri e “l’amico nostro”

Nei corso dei suoi interrogatori, Cannatà fa poi riferimento a due “talpe” presenti all’interno dei carabinieri di Vibo che avrebbero fornito informazioni agli affiliati, sia riguardo a Rinascita-Scott e, in passato, per l’indagine Insomnia, datata 2014. “Posso riferire che Damiano Pardea – afferma Cannatà – aveva ricevuto notizia che eravamo sottoposti ad indagine già prima del nostro arresto. Pardea mi disse che aveva ricevuto notizia da un carabiniere suo amico che si chiamava Mercadante (questo nome fu fatto da Pardea ma io non lo conoscevo). Infatti il giorno in cui siamo stati arrestati ci trovavamo ancora presso la caserma dei carabinieri e ricordo che il Pardea si è intrattenuto a parlare con un carabiniere in abiti civili che era lì presente e poco dopo, avendo avuto la possibilità di incrociare Pardea, quest’ultimo mi ammise che quello con cui aveva appena interloquito era il carabiniere che gli aveva fornito le informazioni sulle indagini”. Quel carabiniere veniva definito da Pardea con l’appellativo di “amico nostro” facendo intendere – secondo Cannatà – che forniva notizie coperte da segreto istruttorio non solo a lui ma al gruppo di riferimento, cioè ai Pardea. Di “infedeli” nell’Arma ve ne erano non uno, ma due. Un particolare che emerge da un altro passo del verbale. “Giuseppe Camillò – spiega il collaboratore di giustizia – ha ammesso di aver appreso anticipatamente dell’indagine “Rinascita-Scott” già un paio di mesi prima dell’esecuzione delle misure. Infatti Luciano Macrì chiese a Giuseppe Camillò come fosse venuto a conoscenza anticipatamente dell’operazione e quest’ultimo confermava precisando che la notizia non era arrivata da quel carabiniere, facendo il nome di Mercadante che avevo già sentito da Pardea Damiano, bensì da ‘quell’altro’”.

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