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Rinascita-Scott: il detentore del potere superiore al “Crimine” di Polsi

L’operazione Rinascita Scott ha svelato in maniera chiara l’assetto della struttura della ‘ndrangheta dell’area del vibonese.

A capo della struttura che controllava il territorio Luigi Mancuso quale “Crimine” per la Provincia di Vibo (condividendo il ruolo con il nipote Giuseppe Mancuso inteso “mbrogghjia”, a seconda dei momenti storici e dei periodi di detenzione da ciascuno sofferti) riconosciuto dal “Crimine” di Polsi, e storico detentore del potere ‘ndranghetistico formale e sostanziale su tutta la zona del vibonese, in virtù del proprio carisma criminale, degli strettissimi rapporti criminali con le cosche Piromalli di Gioia Tauro e Pesce di Rosarno, dei collegamenti con le più potenti famiglie ‘ridranghetistiche del reggino, rappresentava il vertice assoluto dell’intera area, cui facevano capo le altre articolazioni criminali mantenendo tale ruolo anche successivamente alla scarcerazione avvenuta nel luglio 2012 e per tutto il periodo successivo.

Luigi Mancuso, Saverio Razionale, Rosario Fiare’, Giuseppe Antonio Accorinti, con la qualità di capi organizzatori del sodalizio, di cui al secondo comma, anche quali componenti di vertice nel contesto di un vero e proprio cartello ‘ndranghetistico trasversale rappresentativo delle locali di ‘ndrangheta della Provincia di Vibo Valentia – di una sorta di direttorio criminale (denominato “caddara”) avente decisiva influenza in tutta la zona; in tal veste assumendo le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati (persino ricorrendo all’omicidio, se necessario), dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio, soprattutto in relazione ai comuni interessi illeciti, come quelli relativi alla gestione di ingenti somme di denaro, di carichi di armi, di attività economiche.

Luigi Mancuso oltre che nella qualità apicale dell’intera area vibonese nel contesto della ‘ndrangheta unitariamente intesa, sopra descritta, anche quale elemento di vertice dell’articolazione di Limbadi, in qualità di promotore, organizzatore, capo e finanziatore del sodalizio con compiti di decisione, di pianificazione delle strategie e degli obiettivi da perseguirsi, e delle azioni delittuose da compiere, della gestione dei rapporti e degli equilibri con i gruppi rivali, della protezione dei membri del proprio sodalizio, dirigendo e organizzando il sodalizio, assumendo le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati a lui subordinati, curando rapporti con le altri articolazioni dell’associazione ed i relativi capi, dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio da lui capeggiato, commissionando o consumando direttamente estorsioni, continuando a svolgere le sue funzioni di capo anche durante la detenzione, sia all’interno del carcere, sia all’esterno, veicolando messaggi attraverso i sodali, occupandosi delle operazioni volte al riciclaggio dei proventi del sodalizio ed all’intestazione fraudolenta a terzi prestanome delle attività e beni riconducibili al gruppo, occupandosi direttamente anche di uno dei settori strategici della cosca, quale quello delle speculazioni immobiliari nel settore turistico alberghiero; mantenendo i rapporti con esponenti di altre articolazioni della ‘ndrangheta, anche del reggino – in particolare delle cosche De Stefano e Piromalli – e con i “colletti bianchi” (professionisti, imprenditori, politici, appartenenti alla massoneria), quali Pittelli Giancarlo, di riferimento per la risoluzione dei problemi dell’organizzazione (a partire dal novembre 2003, epoca successiva al segmento temporale oggetto di precedente e ultima contestazione associativa di cui alla sentenza n. 3204/2002 rgnr e n 167/2004 R.sent.Gup CZ del 15.03.2005). Luigi Mancuso in diverse situazioni era stato definito come “il tetto del mondo” “sopra” la famiglia di ‘ndrangheta PELLE, e GIAMBORINO rispondeva: “… quelli sono dei pisciaturi … neanche li vede … ma state scherzando? […] (C.M)

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