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Rinascita Scott, il pentito Mantella racconta i segreti delle cosche vibonesi

di Mimmo Famularo – La mappa della ‘ndrangheta vibonese disegnata da Andrea Mantella al centro in una nuova, lunghissima deposizione, nell’aula bunker del Tribunale di Lamezia Terme dove si sta celebrando il maxi processo “Rinascita Scott”. Sopra di tutti, anche per l’ex boss scissionista diventato pentito nel maggio del 2016, c’era Luigi Mancuso, definito “ministro della ‘ndrangheta a livello internazionale”. Era lui – secondo il collaboratore di giustizia – il capo crimine della provincia di Vibo Valentia. Uno scettro passato da un fratello a un altro, ovvero da Antonio a Luigi tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. “Luigi Mancuso – spiega Mantella – era il più giovane capo crimine dal punto di vista anagrafico ed era riconosciuto dal crimine di San Luca. Quando era in carcere delegava uno dei suoi fratelli: Cosmo, Luni ‘Vetrinetta’, Giovanni o Antonio”. Il carisma di Luigi Mancuso era inarrivabile e per il giovane Mantella che lo vedeva sfrecciare tra le strade di Vibo con la sua Lancia Delta Martini ai primi anni novanta era “un idolo”, addirittura una sorta di “dio in terra”. “Dove andava Luigi Mancuso era Luigi Mancuso e tutti i clan anche quelli scissionisti ne riconoscevano le sue abilità. Non ho mai sentito parlare male di lui. Era riconosciuto come un mito e da giovane ero suggestionato dalla sua figura”.

Il ministro dei lavori pubblici della ‘ndrangheta vibonese

Per forza, prestigio e potenza solo i Fiarè-Gasparro-Razionale di San Gregorio d’Ippona si avvicinano ai Mancuso. “Dopo la morte di Giuseppe Gasparro, cognato di Razionale, ucciso da Francesco Fortuna, detto Ciccio Pomodoro, il comando finì tra le mani di Rosario Fiarè e si avvicinarono ai Mancuso facendo una specie di baratto: io ti do e tu mi dai”. Mantella si sofferma sulla figura di un altro boss di spessore della ‘ndrangheta vibonese: Saverio Razionale. “Era il vero capo del sangregoresi ma amava agire sottotraccia e per questo ha messo al vertice i Fiarè”. Anche il locale di ‘ndrangheta di San Gregorio era riconosciuto dal crimine di San Luca. Tra gli affiliati una figura di spicco era quella di Gregorio Giofrè, genero del boss Rosario Fiarè. Per Mantella era “il ministro dei lavori pubblici della ‘ndrangheta vibonese”. “Aveva in mano – spiega il collaboratore di giustizia – tutti i lavori e le estorsioni di Vibo le chiudeva lui personalmente. Io personalmente gli riconoscevo fino al 50% perché in fondo ci metteva la faccia e rischiava più di me”. Il metodo era semplice: gli azionisti del clan piazzavano la solita bottiglia incendiaria o inviavano una lettera minatoria, gli imprenditori si rivolgevano agli “amici degli amici” e la pratica veniva risolta da Gregorio Giofrè. “Personaggio di grandissimo rilievo criminale. Faceva parte della locale di San Gregorio, intraneo alla cosca Fiarè-Gasparro-Razionale. Aveva una nomea a livello imprenditoriale, si faceva sganciare i soldi dell’estorsione e ti faceva stare tranquillo. Per lui era una sorta di professione e lavorava con tutti, anche con i Bonavota e i Piscopisani”.

Il locale di Sant’Onofrio e la ’ndrina a Toronto

Da San Gregorio a Sant’Onofrio cambia lo scenario con i Bonavota sul ponte di comando. Mantella fa la genesi di una delle cosche più potenti e prestigiose del territorio. A fondarla fu tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta il “patriarca” Vincenzo Bonavota. “Era il pupillo di Antonio Pelle, detto Gambazza, e aveva altre amicizie nelle Locride, amatissimo da tutti gli ‘ndranghetisti. Aveva fondato un doppio locale di ‘ndrangheta: uno a Sant’Onforio e uno a Toronto”. Dopo la sua morte, lo scettro del comando passò ai figli e il locale divenne triplo: oltre a Sant’Onofrio e Toronto, venne riconosciuto una locale di ‘ndrangheta anche a Carmagnola. A parlare è sempre Mantella:  “Il comando passò a Pasquale boanvota e Domenico Cugliari, detto “Micu i mela”. Poi si sono aggiunti Domenico e Nicola Bonavota”. Il clan operava tra Sant’Onofrio, Maierato, Filogaso e anche Pizzo. Tra i componenti Mantella indica anche Francesco Fortuna, Bruno Cugliari, Giuseppe e Onofrio Barbieri. “Io ero a tutti gli effetti – dice il pentito – con i Bonavota. Mi hanno sempre tenuto in considerazione. Li volevo bene e li stimavo, non li ho mai traditi e non ho mai parlato male di loro prima della mia collaborazione. E’ l’unica famiglia che mi ha rispettato e sostenuto veramente. Insieme ho commesso omicidi e ho dato una mano”. E fino a quando Mantella non si è pentito, i Bonavota avrebbero pensato a lui sostenendo le spese carcerarie e quelle legali. “Da fuori attraverso pizzinni e lettere criptate mi arrivavano informazioni rassicuranti per qualsiasi sostegno. Pagavano migliaia e migliaia di euro per gli avvocati. Mandavano quattro o cinque mila euro al mese ai miei ex familiari che venivano accompagnati da un tale Domenico Cugliari al carcere di Spoleto. Non era “Micu i Mela”, forse era un loro nipote o un loro cugino. Grazie a loro non avevo problemi a pagare avvocati o periti. Io ero esentasse”.

Il locale dei Piscopisani riconosciuto da Polsi

La deposizione di Mantella si concentra poi sui Piscopisani. “Nel 2010 il locale è stato riconosciuto dal crimine organizzato pur non avendo i requisiti e per questo ci furono molte critiche. Domenico Bonavota mi disse a tal proposito: ‘cose da pazzi, si sta perdendo ogni criterio’. Lui non era d’accordo ma tutti noi dovevamo riconoscere questo clan di Piscopio”. A sponsorizzare i Piscopisani sarebbe stato Franco D’Onofrio descritto da Mantella come un estremista, coinvolto nell’omicidio di Bruno Caccia a Torino e personaggio di primo piano della criminalità organizzata che vive in Piemonte. “Ai Piscopisani li abbiamo lasciti fare tutti quanti perché – sostiene il pentito – loro dicevano di voler uccidere Peppone Accorinti e questa cosa gli stava bene anche ai Bonavota perché nel carcere di Alessandria aveva mancato di rispetto a Pasquale”. Per controllarli le principali cosche alleate avevano attuato una sorta di spionaggio attraverso i loro infiltrati. “Saverio Razionale si faceva raccontare tutto da Gregorio Gasparro una sorta di cavallo di Troia per tenere sotto controllo i Piscopisani. Li sfruttava e al tempo stesso li manipolava per non essere ucciso da due drogatelli”,

Locale di Zungri e il “sanguinario” Accorinti

Nella zona di Zungri e di Rombiolo, il monopolio era di Giuseppe Accorinti, il boss del Poro. “E’ un sanguinario. Tecnicamente non conosco la sua struttura come è composta. Lo conoscevo bene, lo rispettavo anche se lo guardavo in cagnesco, per alcuni versi mi piaceva pure. Nel suo territorio era il capo assoluto, non si muoveva foglia se non voleva lui. Ha un cimitero alle spalle e non c’è bisogno di andare in Svizzera per fare l’eutanasia, basta andare a Zungri e Peppone Accorinti ti fa fare una morte dolcissima”. La locale di Zungri si estendeva su tutto l’altopiano del Poro arrivando fino a Cessaniti. “Era in guerra con i Soriano nella parte di Filindari, Gli è andata pure bene ai Soriano che non se li è mangiati”.

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