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Rinascita Scott, il presunto boss di Vibo non si pente più e fa scena muta in aula

di Mimmo Famularo – Tuta celestina, passo incerto, accompagnato a braccetto prima da un parente e poi da un carabiniere. Domenico Camillò, alias “zio Mimmo”, soprannominato “Mangano”, 80 anni, ritenuto il capo bastone di Vibo Valentia, al vertice della ‘ndrina dei “Pardea-Ranisi”, si presenta direttamente in aula, come un semplice testimone. Ufficialmente è nella lista dei collaboratori di giustizia chiamati a deporre dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nessun video-collegamento da siti riservati. Camillò è seduto tra i banchi dell’aula-bunker come un imputato qualunque. Lo è per davvero ma nell’abbreviato. La sua deposizione dura lo spazio di pochissimi secondi perché davanti al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Brigida Cavasino, riferisce solo le sue generalità e poi si avvale della facoltà di non rispondere: “Sono Camillò Domenico, nato l’uno settembre 1941 a Vibo Valentia…”. Il collegio gli assegna un difensore d’ufficio, l’avvocato Annalisa Pisano, ma lui non ne è ha bisogno. Conferma di non rispondere alle domande del pm antimafia Andrea Mancuso che dovrebbe esaminarlo. Il pentito si è ufficialmente pentito di collaborare con il pool di magistrati diretti da Nicola Gratteri. La sua collaborazione con la giustizia termina verosimilmente qui nell’aula bunker di Lamezia Terme dove si sta celebrando il maxi processo “Rinascita Scott”. Un’udienza lampo che aveva in calendario solo la deposizione del presunto anziano boss. Scena muta e titoli di coda con l’aggiornamento del calendario. Appuntamento a giovedì con il contro esame di Emanuele Mancuso, l’ex rampollo della più potente famiglia di ‘ndrangheta di Vibo che non ha mai ritrattato, nonostante insulti, minacce e pressioni.

Il pentito a metà bocciato dalla Dda

Domenico Camillo, soprannominato “Mangano” aveva manifestato la scorsa estate la sua volontà di collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia guidati da Nicola Gratteri e le sue dichiarazioni erano state depositate nell’udienza preliminare di “Rinascita Scott” che si è svolta nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia. Un narrato però non ritenuto attendibile dagli investigatori perché giudicato generico, confuso e incongruente con le risultanze processuali già acquisite e con più dichiarazioni di collaboratori di giustizia, soprattutto in ordine alle conoscenze in possesso sulle dinamiche dell’articolazione di ‘ndrangheta operante a Vibo, sul ruolo svolto dallo stesso Camillò, sulla sua conoscenza delle attività criminali e del proprio gruppo anche nell’ultimo periodo antecedente il suo arresto. Un dichiarato edulcorato, inverosimile, lacunoso e che non presenta elementi di novità secondo la Dda. Per inquirenti e investigatori Camillò non avrebbe quindi maturato una piena volontà collaborativa. Era stato arrestato all’alba del 19 dicembre 2019 nel corso del maxi blitz e aveva ottenuto i domiciliari per l’emergenza Covid in ragione anche dell’età. Il figlio Michele si è pentito e nelle prossime settimane deporrà in “Rinascita Scott”, il nipote Bartolomeo Arena lo farà ancora prima e ha già tracciato il profilo di “zio Mimmo” sostenendo che egli abbia in assoluto le doti di ‘ndrangheta più elevate nell’intera provincia, anche in ragione delle sue entrature con don Micu Oppedisano di Rosarno e i mammasantissima della Locride.

La biografia del boss

Lo stesso Camillò ha riferito agli inquirenti di essere stato cresciuto prima dai nonni materni, poi dalla mamma e dal suo compagno Rosario Pardea, all’epoca, capo società di Vibo che lo fece entrare nella ‘ndrangheta con un rito formale quando aveva appena 20 anni. Picciotto prima, camorrista poi e successivamente “Sgarrista”, la sua ascesa di doti non era dovuta a reati da lui commessi: “Pardea cercava di tenermi pulito poiché ero io a figurare da capo famiglia e percepivo gli assegni familiari anche per conto dei miei fratelli”. Una situazione che si è protratta sino agli anni ’80 quando Pardea è stato ucciso e dal punto di vista criminale il potere finì nelle mani di Francesco Fortuna detto “Ciccio Pomodoro” e Carmelo Lo Bianco, un corpo rivale, “mentre noi che eravamo i vecchi componenti del ‘Buon Ordine’ facemmo un passo indietro, perché non condividevamo le strategie criminali dei primi due, noi eravamo uomini di onore e non eravamo d’accordo sulle tipologie di reato che gli altri commettevano”. Quando Fortuna è stato ucciso, ai vertici della ‘ndrangheta a Vibo c’erano Carmelo Lo Bianco e il cognato Filippo Catania. Storia di ‘ndrangheta vibonese che “zio Mimmo” ha raccontato solo a metà. Per la Dda di Catanzaro non è più credibile e lui non parla più. Fine della collaborazione.

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Rinascita Scott, il pentimento a metà del boss reggente della ‘ndrina di Vibo

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