Rinascita Scott, l’assoluzione di Gianluca Callipo e quell’incontro al bar di Pizzo: “Vicino ad ambienti criminali”

Assolto per insufficienza di prove dall'accusa di concorso esterno ma nelle motivazioni del Tribunale di Vibo restano i dubbi su alcune sue condotte
Rinascita Scott Callipo

L’incubo in cui è precipitato il 19 dicembre del 2019 potrebbe non essere ancora finito. Gianluca Callipo è stato assolto in primo grado dalle accuse contestate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell’ambito del maxi processo “Rinascita Scott” ma ora sono gli stessi giudici che hanno sancito la sua assoluzione a rimettere, con le loro motivazioni, il dito in una piaga ancora aperta e non rimarginata.

Ombre sull’assoluzione dell’ex sindaco di Pizzo emergono infatti dalle parole messe nero su bianco dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia con le quali si spiega perché non c’è prova del concorso esterno in associazione mafiosa valso il carcere fino al pronunciamento cautelare della Corte di Cassazione: “La valutazione rigorosa degli elementi indicati non consente – scrive il Collegio giudicante – di raggiungere nei confronti di Gianluca Callipo in relazione al delitto di concorso esterno in associazione mafiosa la soglia probatoria necessaria ai fini di una pronuncia di condanna, dovendo pervenirsi, pertanto, nei suoi confronti ad una sentenza assolutoria ai sensi del comma 2 dell’art. 530 c.p.p.”.

Ombre sull’assoluzione dell’ex sindaco di Pizzo emergono infatti dalle parole messe nero su bianco dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia con le quali si spiega perché non c’è prova del concorso esterno in associazione mafiosa valso il carcere fino al pronunciamento cautelare della Corte di Cassazione: “La valutazione rigorosa degli elementi indicati non consente – scrive il Collegio giudicante – di raggiungere nei confronti di Gianluca Callipo in relazione al delitto di concorso esterno in associazione mafiosa la soglia probatoria necessaria ai fini di una pronuncia di condanna, dovendo pervenirsi, pertanto, nei suoi confronti ad una sentenza assolutoria ai sensi del comma 2 dell’art. 530 c.p.p.”.

Assolto per insufficienza di prove ma…

Nei confronti dell’ex politico vibonese la Procura antimafia aveva chiesto 18 anni di reclusione mentre i suoi avvocati avevano invocato l’assoluzione con formula ampia. I giudici hanno optato per l’insufficienza di prove e le motivazioni lasciano più di qualche macchia nel comportamento dell’ex sindaco: “Dal materiale probatorio esposto emerge, infatti, senza dubbio una condotta tutt’altro che trasparente da parte dell’imputato che ha mostrato di acconsentire a contatti e rapporti con esponenti della consorteria criminale (in primis con Mazzotta Salvatore Francesco), verosimilmente anche con l’intento di ottenerne il consenso in vista delle consultazioni elettorali”.

Callipo e la presunta vicinanza agli ambienti criminali

Il collegio cita anche un incontro in un bar di Pizzo proprio con Mazzotta, non proprio un cittadino qualsiasi di Pizzo ma un sorvegliato speciale all’epoca dei fatti, considerato figura di spicco della criminalità organizzata napitina, condannato in primo grado a 23 anni di reclusione nel maxiprocesso. Le modalità con le quali avviene questo incontro “denotano – evidenziano i magistrati – una vicinanza del Callipo agli ambienti criminali”. Tuttavia nel corso dell’istruttoria dibattimentale le prove sono rimaste solo semplici indizi di colpevolezza del tutto insufficienti per arrivare a una condanna “non avendo – ribadisce il Tribunale di Vibo – consentito di individuare lo specifico e consapevole contributo causale che il Callipo avrebbe fornito alla consorteria e residuando, conseguentemente, il dubbio che la condotta dell’imputato abbia effettivamente superato la soglia della mera contiguità compiacente per concretizzarsi in un concorso nel delitto penalmente rilevante”. (mi.fa.)

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