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Rinascita Scott, le confidenze di Battaglia al pentito Moscato e il gruppo di fuoco dei Piscopisani

di Mimmo Famularo – E’ il 7 marzo del 2015 negli uffici della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro arriva una lettera inviata dal carcere di Bologna. La firma in calce è quella di Raffaele Moscato che annuncia l’intenzione di cambiare vita e di iniziare a collaborare con la giustizia. L’ex azionista del gruppo dei Piscopisani autore di gambizzazioni, rapine, estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, omicidi e tentati omicidi, si è pentito. Uno squarcio significativo si apre nel muro dell’omertà che da anni protegge la ‘ndrangheta vibonese. Moscato inizia a riempire pagine e pagine di verbali. L’attuale procuratore di Vibo, Camillo Falvo, all’epoca sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, è tra i primi a interrogarlo. Una dopo l’altra quelle pagine bianche coperte da omissis si stanno riempiendo di parole, di fatti, di accuse precise e articolate. Nelle ultime ore sono state desecretate altre parti nel maxi verbale illustrativo di 183 pagine oggi a disposizione del collegio difensivo che assiste gli oltre 300 imputati nel processo scaturito da “Rinascita Scott” dove Moscato sta nel frattempo deponendo rispondendo alle domande della pubblica accusa rappresentata nell’aula bunker di Lamezia Terme dai sostituti procuratori Andrea Mancuso, Annamaria Frustaci e Antonio De Bernardo.

Il commando che uccise l’uomo di fiducia di “Scarpuni”

Nuove rivelazioni riguardano l’omicidio di Michele Palumbo, l’assicuratore ucciso a Longobardi (frazione di Vibo) l’11 marzo del 2010.  A cadere sotto i colpi dei sicari fu infatti quello che gli inquirenti ritengono essere l’uomo di fiducia del boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, nella zona di Vibo e che i Piscopisani inquadravano come un ostacolo alla loro ascesa criminale nel controllo degli affari illeciti nella zona. Moscato spiega che il suo gruppo criminale era l’unico che non aveva abbassato la testa ai Mancuso e intendeva “rimpiazzare” il clan di Limbadi a Vibo Marina e dintorni per avere quindi strada libera. “Uno o due mesi prima dell’omicidio – racconta nel verbale di interrogatorio datata uno settembre 2015 – io dovevo andare sul corso di Vibo Marina a picchiare Michele Palumbo per umiliarlo e ciò me lo disse Rosario Battaglia a casa sua ma io mi rifiutai poiché lui mi aveva sempre rispettato e Battaglia ci rimase male”. Il destino di Palumbo era però segnato anche perché in quegli anni mettersi contro i Piscopisani equivaleva a una condanna a morte: “Battaglia mi disse che il nostro gruppo di fuoco era tra i più forti poiché composto da dodici elementi”. E le confidenze di “Sarino” hanno permesso al collaboratore di giustizia di sapere il giorno dopo un altro omicidio “eccellente”, quello del boss di Stefanaconi Fortunato Patania, i nomi del commando di fuoco che la sera dell’11 marzo 2010 avrebbe giustiziato Palumbo. “A uccidere materialmente Michele Palumbo – riferisce agli inquirenti Moscato – erano stati Franco D’Ascola, Antonio Tripodi, Michele Fiorillo e lo stesso Rosario Battaglia”. L’assicuratore di Longobardi è stato ucciso con diverse armi da fuoco. “Al recupero dei killer dopo l’incendio dell’autovettura, avvenuto tra Triparni e Vibo è andato – aggiunge il pentito – Salvatore Vita, appartenente alla famiglia Tripodi, cognato di Salvatore Tripodi e cugino dello stesso Rosario Battaglia”. L’omicidio – secondo quanto sostenuto da Moscato – sarebbe quindi stato commesso dai Tripodi con il sostegno del gruppo di fuoco dei Piscopisani. “In realtà – sottolinea nello stesso verbale – è stato ucciso dai Tripodi per riprendersi il territorio per le estorsioni completamente anche se Pantaleone Mancuso, Scarpuni, ha sempre dato la colpa ai Piscopisani”. In risposta all’agguato costato la vita al suo sodale, il boss di Nicotera Marina avrebbe organizzato una sorta di rappresaglia tentando di uccidere il 30 maggio del 2010 Rosario Battaglia in un bar di Piscopio. In quell’occasione rimase ferito il fratello di Sarino, Giovanni. Per questo motivo i Piscopisani avrebbero quindi iniziato a pianificare due omicidi clamorosi: quello dello stesso Pantaleone Mancuso al quale dovevano anche tagliare la testa e quello di Giuseppe Accorinti, il boss di Zungri che doveva morire perché “vicino a Scarpuni”. Agguati organizzati ma sfumati in extremis.

I tentati omicidi dei Piscopisani

Tra un omissis e un altro Moscato parla di altri fatti di sangue a sua conoscenza per averne sentito parlare. “Sono a conoscenza dell’omicidio di Giuseppe Pugliese, avvenuto tra il 2005 e il 2006 sulla strada tra Pizzo e Vibo Marina”. A raccontarglielo ancora Rosario Battaglia con l’aggiunta, in questo caso, di Rosario Fiorillo. “Mi hanno detto che era stato ucciso perché aveva puntato un fucile in faccia a Leonardo Fazio, cugino di primo grado di Michele Fiorillo (detto Zarrillo). Lo stesso Pugliese – aggiunge Moscato – era stato attinto in un altro agguato perché se la faceva con la figlia di Felice che viene chiamato “Il Capo” a Piscopio”. A ucciderlo dopo un inseguimento lungo la strada che conduce da Pizzo a Vibo Marina sarebbero quindi stati “Rosario Mantino dello cosca Mantino-Tripodi, Michele Fiorillo (Zarrillo), Rosario Fiorillo (Pulcino) e Davide Fortuna”. Il resto delle dichiarazioni è coperto ancora da omissis. Moscato rivela poi una serie di tentati omicidi che coinvolgono il gruppo di fuoco dei Piscopisani: quello nei confronti dei fratelli Patania organizzato insieme ai Bonavota di Sant’Onofrio e, ancora, quello nei confronti del broker della droga di San Calogero, Francesco Ventrici, che doveva essere ucciso a Bologna: “La prima volta da parte di Rosario Fiorillo e Davide Fortuna e la seconda da parte mia e di Angelo David”. Un clan sanguinario e senza scrupoli quello dei Piscopisani che, in piena faida con i Patania di Stefanaconi, tra il 2011 e il 2012 aveva pianificato l’omicidio di Lopreiato, detto ‘U Killer’. “Per questo agguato – conclude Moscato – fu chiesto il favore da Rosario Fiorillo a ‘Zio Melo’ di San Gregorio, nipote di Saverio Razionale; quando abbiamo discusso di ciò, a Lamezia presso il negozio ‘Giglio’, eravamo io Fiorillo Rosario e ‘Zio Melo’. Non è stato eseguito l’agguato in quanto non è stato trovato”.

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