Rinascita Scott, le motivazioni: “Scoperchiato il vaso di Pandora dei rapporti tra boss, politica e imprenditoria”

In oltre tremila pagine le motivazioni della sentenza di primo grado: i clan della 'ndrangheta vibonese descritti come una confederazione di Stati con solide alleanze con il mondo dei colletti bianchi
rinascita scott

“L’importanza di Rinascita Scott è stata quella di mostrare di cosa e come vive la criminalità calabrese e nello specifico quella vibonese, di scoperchiare un vaso di Pandora un cui da troppo tempo ormai venivano occultati e assecondati in modo compiacente e silente, rapporti tra mafiosi, uomini dello Stato, politici, professionisti e imprenditori”. E’ uno dei passaggi salienti riportate nelle oltre tremila pagine che costituiscono le motivazioni della sentenza di primo grado del filone ordinario del maxi processo contro la ‘ndrangheta vibonese emessa lo scorso 20 novembre dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Brigida Cavasino.

“Connubio ibrido con politica e imprenditori”

“Connubio ibrido con politica e imprenditori”

Gli assetti criminali nella provincia di Vibo Valentia sono descritti come “un connubio ibrido, un tenebroso sottobosco in cui la criminalità organizzata, esponenti della politica e imprenditori non solo convivono a stretto contatto, ma hanno anche delle evidenti cointeressenze ramificate e tentacolari in ogni ambito della società (…)”. Linfa vitale per la ‘ndrangheta vibonese che “possiede risorse illimitate ed è in grado di creare solide e perduranti alleanze con il mondo dei ‘colletti bianchi’”. L’alleanza con il mondo di sopra – si legge nelle motivazioni depositate nello scorso week end – ha consentito ai clan vibonesi di fare il salto di qualità e “di intessere relazioni via via più qualificate e trasformarsi così in una potenza economica che va ben al di là dei confini provinciali e regionali imponendosi ‘criminalmente’ nel panorama internazionale”. Un’anima imprenditoriale che convive con la necessità di un controllo capillare ed asfissiante del territorio “imprescindibile prerogativa delle consorterie criminali nelle rispettive zone di competenza”.  

I clan della ‘ndrangheta come un confederazione di Stati

Acclarata la natura unitaria della ‘ndrangheta in provincia di Vibo Valentia. “Un’associazione – evidenziano – che viene riconosciuta dal Crimine di Polsi e che, pertanto, condivide e applica le regole formali del “Crimine”, al contempo strutturandosi in distinte e autonome articolazioni territoriali ciascuna competente su una determinata area di influenza da ‘amministrare’ con autonomia e indipendenza: una sorta di confederazione di Stati che perseguono scopi criminali comuni, pur mantenendo, ciascuno al suo interno, piena sovranità”. Al vertice di questa associazione viene collocato Luigi Mancuso, capo società della Locale di Limbadi e indicato come il “Supremo”, la cui posizione è stata stralciata dal maxi processo ed è confluita in Petrolmafia, considerata il sequel di Rinascita Scott dove il presunto boss è stato condannato a 30 anni di reclusione in primo grado. “In virtù del suo grande carisma criminale e della sua lungimiranza e intelligenza, è stato in grado di influire sulle dinamiche criminali dell’intero territorio vibonese e di intrecciare relazioni composite e fiorenti sia con i singoli sodalizi criminali operanti nella provincia, che con le altre consorterie di Reggio Calabria e della Piana di Gioia Tauro”.

La figura di Luigi Mancuso, il capo dei capi

Secondo la ricostruzione accusatoria riportata tra le oltre tremila pagine di motivazione della sentenza quello che era riconosciuto da tutti gli associati unanimemente come il capo dei capi avrebbe “dettato le linee guida di una nuova e vincente strategia criminale non più fondata sullo stragismo e sulle faide tra gruppi contrapposti ma finalizzata a una ricomposizione dei dissidi”. A rafforzamento di questa tesi la poderosa attività captativa confluita in Rinascita Scott arricchita dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno ricostruito l’immagine di Luigi Mancuso “quale figura di indiscusso vertice, sovraordinato rispetto agli altri capi locali del Vibonese che pur mantenendo autonomia operativa nel territorio di competenza sono i primi ad attribuirgli un ‘potere superiore’, quello di risolutore di controversie e questioni nascenti o già sorte tra le varie famiglie di ‘ndrangheta, detentore, dunque, della strategia criminale da perseguire e seguire”.

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