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Rinascita Scott, Mantella e l’interrogatorio non registrato di due agenti della Dia “troppo curiosi”

mantella

Dicembre 2016. A Sant’Onofrio scatta l’operazione “Conquista” e i carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo danno un duro colpo alla famiglia di ‘ndrangheta dei Bonavota. Quello stesso giorno il pentito Andrea Mantella viene sentito alla Dia di Napoli. Uno interrogatorio “anomalo”. Nessun magistrato presente, neanche l’avvocato del collaboratore di giustizia. Solo due agenti della Direzione investigativa antimafia e la scorta di Mantella. “Non era mai successo di essere interrogato da funzionari senza la presenza del magistrato – sottolinea il pentito collegato con l’aula bunker di Lamezia Terme – così come nessuno si è mai permesso di fare domande al mio capo scorta fuori dal protocollo”. Un episodio finito tra le pagine dei verbali riempiti di nomi e retroscena in gran parte omissati che l’ex boss scissionista ha raccontato nel maxi processo “Rinascita Scott” in videocollegamento con il sito riservato da dove sta rispondendo alle domande dei pm antimafia di Catanzaro.

Due agenti “troppo curiosi”

Di quell’interrogatorio reso pochi mesi dopo l’inizio della sua collaborazione Mantella ricorda la curiosità dei due poliziotti e la chiacchierata non registrata tra i corridoi durata addirittura di più rispetto alla verbalizzazione ufficiale. “In pratica c’è stata prima una lunga chiacchierata ufficiosa e solo dopo è stato acceso il registratore” aveva già denunciato Mantella nell’interrogatorio reso il 21 giugno del 2019. Il pentito ha comunque buona memoria e fa l’identikit dei due funzionari della Dia: “Uno alto con i capelli rossi e uno più basso brizzolato di Chiaravalle”. Il più curioso dei due era proprio quest’ultimo. “Erano curioso, troppo curiosi” dice Mantella secondo il quale uno degli obiettivi era quello di capire dove fosse ubicato il sito riservato. “Non è che lo disse in modo esplicito – racconta Mantella – ma chiese al mio caposcorta ‘da dove venite?’. Era curioso per il modo furbo che aveva usato. Tanto che il caposcorta si è innervosito e ha detto ‘noi veniamo da Roma, dal servizio centrale, e basta’”. Atteggiamento anomalo commentato con perplessità anche dalla stessa scorta di Mantella.

Domande sospette sui “colletti bianchi”

Altra stranezza. Il due agenti sembravano interessati ad avere notizie – a microfoni spenti – non tanto sugli ‘ndranghetisti ma sui “colletti bianchi”: “Cercava di sondare le mie conoscenze su diversi fronti chiedendomi di Petrini, Pittelli, Chiaravalloti, della massoneria e di altri magistrati. Mi avevano chiesto verso chi avevo fatto dichiarazioni, se sapevo della massoneria, se la mia dichiarazione era concentrata solo su appartenenti alla ‘ndrangheta e lui spostava sempre il ragionamento per sapere dei professionisti, spostava sempre il discorso su avvocati, sui colletti bianchi”. Quando invece iniziò la fonoregistrazione durata pochi minuti “mi chiesero solo di un tale Sgromo, se fosse un testimone affidabile. Un interrogatorio durato forse un quarto d’ora. Poi ho firmato e ho detto ‘cose da pazzi’ perché ero abituato a interrogatori che iniziavano la mattina presto e finivano la sera tardi. Eravamo tutti sorpresi”. E le sorprese non finiscono qui perché la “curiosità” dei due agenti era anche per la collaborazione di Mantella con i carabinieri e non con la polizia. “Uno di loro – afferma il pentito – mi ha chiesto perché non mi sono fidato dei capi della Mobile di Vibo e faceva allusioni al fatto se mi avessero offerto qualcosa in cambio della mia collaborazione. Io risposi che non avevo ricevuto nessuna proposta ma avevo agito in autonomia”.

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