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Rinascita Scott, Mantella ironico in aula con il suo ex avvocato: “Lei è un furbacchione”

di Mimmo Famularo – Oltre tre ore. Tanto è durato il controesame dell’avvocato Francesco Sabatino ad Andrea Mantella. Uno dei momenti più attesi nel maxi processo “Rinascita Scott” perché di fronte, separati solo da un monitor, si sono ritrovati l’ex boss ora collaboratore di giustizia e quello che per diversi anni è stato il suo difensore. L’ultimo prima di saltare il “fosso” e dichiararsi “pentito”. Tre intense ore con qualche piccola pausa e un paio di momenti di tensione subito placati dal presidente del Tribunale collegiale di Vibo Valentia, Brigida Cavasino. I toni si sono leggermente alzati nel finale, rasentando la polemica quando Mantella è stato chiamato a rispondere sulla circostanza dell’arresto avvenuto all’Ospedale di Tropea dove si trovava a seguito di presunti falsi certificati medici e la polizia ha notificato la misura cautelare un attimo prima della sua fuga. Difronte alle risposte del collaboratore, l’avvocato Sabatino ha fatto i nomi di 5 agenti della Squadra mobile chiedendo se ricordasse i soggetti che lo avevano arrestato, per mettere in discussione il narrato del collaboratore evidentemente in contrasto con quanto relazionato agli ispettori. Piccata la risposta di Mantella. “Avvocato – ha dichiarato Mantella rivolgendosi a Sabatino – io quella mattina ricordo che c’era lei venuto a prendermi per scappare dall’ospedale per sottrarmi alla cattura”. Lo stesso Sabatino lo ha incalzato proprio nel finale del controesame sulla controversa conversione dell’ex boss e le presunte “visioni” della Madonna. “Che abbia visto la Madonna – ha ribadito – quando decisi di pentirmi, è stata una battuta inopportuna, uno scherzo, e mi scuso perché ho profondo rispetto per il Tribunale”. Una versione che non ha affatto convinto il legale il quale ha ricordato che nel corso di un precedente processo (celebrato nell’aula bunker di Vibo qualche anno fa) aveva parlato di “un fatto straordinario, intimo e personale. Un fatto di religione, andavo in chiesa e ho visto la Madonna”. Il veleno in coda con la pungente battuta di Mantella al termine delle domande: “E’ un furbacchione, l’avvocato Sabatino”. Il legale ha provato a minare la credibilità del collaboratore di giustizia con una serie di contestazioni tese a fare emergere presunte contraddizioni nel narrato del pentito in oltre un mese di audizioni. Mantella, si è difeso con qualche “non ricordo” o con un paio di chiarimenti alle “difformità” messe in evidenza dall’avvocato tra quanto dichiarato nei verbali illustrativi e quanto invece poi sostenuto in aula.

La “nomea” di Giuseppe Accorinti

Il controesame è partito dalla figura di Giuseppe Accorinti, il boss di Zungri: “Non andavo mai a casa sua – ha detto Mantella – in quanto ha una brutta nomea: faceva sparire le persone e quindi tutti si guardavano da lui. Io lo andavo a trovare a sorpresa e in un’occasione lo feci in un incontro a Zungri mediato da Mariano Fiamingo per chiedere una fornitura di cocaina”. Il pentito ha definito Accorinti come un “grosso trafficante di droga” e ha raccontato anche di un episodio nel carcere di Siano. Secondo quanto riferito, il boss di Zungri era il “capo ‘ndrangheta della sezione del carcere” ed era detenuto insieme a Francesco Scrugli il quale litigò con un ragazzo. Accorinti si arrabbiò e Scrugli gli rispose: “Non ti pensare che noi siamo dei ‘Vibbitani'” riferendosi alla presunta sudditanza dei “Lo Bianco-Barba” ai Mancuso e allo stesso Accorinti che replicò dicendo che “non doveva fare abusi di potere”. Mantella ha quindi confermato che fu “Accorinti a dirgli, nel carcere di Cosenza, nel 2000, di essere stato il responsabile dell’omicidio di Roberto Soriano, seviziato con la tenaglia delle mucche”.

Gli appunti del pentito

L’avvocato Sabatino si è poi soffermato sugli appunti redatti da Andrea Mantella e depositati tra gli atti del maxi processo dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il legale ha ravvisato “difformità” tra quanto messo nero su bianco nel manoscritto e quanto poi dichiarato nel verbale d’interrogatorio. Mantella ha replicato affermando che quanto annotato tra le pagine degli appunti erano solo “spunti in aiuto alla memoria” scritti nei giorni in cui si trovava in isolamento nel carcere di Rebibbia dove era stato trasferito al termine del colloquio che aveva dato il via alla collaborazione. “Spunti che dovevano poi essere sviscerati in sede di verbale”.

Le estorsioni agli Artusa e al dentista Enzo Romeo

Tra i temi trattati anche i danneggiamenti e le estorsioni agli Artusa, i noti commercianti di Vibo Valentia tra gli imputati di “Rinascita Scott”: “Due fratelli – ha aggiunto Mantella – fanatici che si davano delle arie per le amicizie con Michele Mancuso e Saverio Razionale. Pensavano di essere degli intoccabili ma alla fine i Piscopisani hanno fatto una serie di danneggiamenti al locale a Vibo e ci fu l’intervento di Peppe Raguseo, genero di Michele Mancuso”. Quanto al danneggiamento del dentista Enzo Romeo, Mantella ha accusato Paolino Lo Bianco ed Enzo Barba di essere i mandanti: “Ricevetti da Enzo Barba una fucile a canne mozze che consegnai a Furlano e Scrugli i quali spararono all’auto del dottore mentre era affacciato alla finestra”. Un’estorsione che a dire del pentito si sarebbe conclusa anche con l’assunzione della moglie di uno dei fratelli di Enzo Barba. Sul punto è arrivata una delle contestazioni dell’avvocato Sabatino che ha ricordato che la donna lavorava nello studio medico dal 1986. Quindi la controreplica di Mantella: “Non so per quale motivo gli fecero il danneggiamento”.

Ferrante e la differenza tra “affiliato” e “intraneo”

Commercianti, professionisti e anche imprenditori nel controesame dell’avvocato Sabatino che si è concentrato sulla figura di uno dei suoi principali assistiti: Gianfranco Ferrante, famoso a Vibo per essere uno dei proprietari del “Cin Cin Bar”. Mantella lo ha definito “affiliato” in un verbale di interrogatorio del 2016 e “intraneo” al clan Mancuso nella sua deposizione in “Rinascita Scott”. L’avvocato Sabatino ha fatto notare la differenza ma il pentito ha subito chiarito il concetto: “Essere intraneo significa essere funzionale a un clan ed è diverso da affiliato”. Ferrante è stato quindi inquadrato dal collaboratore di giustizia come “un imprenditore a disposizione dei Mancuso che subisce il fascino della ‘ndrangheta”.

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