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Rinascita Scott, il colonnello del Ros racconta le “ambigue” conversazioni tra Adamo e Giamborino

di Maria Teresa Improta – Lavori pubblici pilotati da un gruppo di professionisti per favorire i clan. Alla sbarra, nel troncone cosentino del maxiprocesso Rinascita-Scott, appaiono l’ex assessore regionale del PD Nicola Adamo, l’imprenditore catanese titolare dell’impresa edile capogruppo mandaria dell’appalto, l’ex consigliere regionale del PD Pietro Giamborino e suo nipote Filippo Valia. Accusati dalla Dda di Catanzaro di traffico di influenze illecite con l’aggravante di aver favorito le cosche vibonesi, si sarebbero attivati per far annullare dal Tar di Catanzaro l’aggiudicazione di un appalto da sei milioni di euro indetto dalla Provincia di Vibo Valentia e finanziato dalla Regione Calabria. Lavori necessari a scongiurare frane, e quindi a mitigare il rischio idrogeologico, su parte dell’ex tracciato della Ferrovia Calabro Lucana, sui versanti Affaccio – Cancello Rosso – Piscopio – Triparni e nella frazione di Longobardi. Opere che – secondo la tesi accusatoria – dovevano, per volere del boss Luigi Mancuso, essere affidate alla ditta catanese in modo da poter affidare i subappalti a ditte “amiche”. Oggi il Tribunale di Cosenza in composizione collegiale, presieduto da Carmen Maria Raffaella Ciarcia con a latere i giudici Urania Granata e Palmina Formoso, ha accolto la richiesta di messa alla prova con relativa sospensione del procedimento per l’imprenditore catanese Giuseppe Capizzi che esce così dal processo.

I legami con i clan

In aula è stato oggi ascoltato oggi il primo teste, il quale ha risposto ai chiarimenti richiesti dal pm della Dda di Catanzaro Andrea Mancuso. Si tratta del colonnello del Ros che ha partecipato sin dall’inizio alle indagini sfociate nella maxioperazione Rinascita – Scott. Il militare ha spiegato come sulla base di alcune intercettazioni e delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Raffaele Moscato, Andrea Mantella e Bartolomeo Arena (appartenenti a ‘ndrine diverse che avevano come punto di unione i clan di Vibo)  è stato ritenuto opportuno approfondire il ruolo delll’ex consigliere regionale Pietro Giamborino. “Dal quadro investigativo emerse che Giamborino – ha affermato il colonnello – veniva indicato come un affiliato alla ‘ndrangheta e in particolare al vecchio locale di Piscopio, suo paese di origine. Il suo ruolo sarebbe stato quello di beneficiare dei voti della criminalità organizzata e assumere il ruolo di portavoce dei clan nell’interfacciarsi con le istituzioni. Da altre indagini erano emersi i rapporti con i piscopisani e con la cosca Razionale – Fiarè e i supporti elettorali offerti a Giamborino dalla criminalità organizzata già agli albori della sua attività politica. Materiale che ci è servito a inquadrare le conversazioni intercettate e le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia”.

L’appalto di Capizzi

“L’interesse per l’appalto di Capizzi, se così possiamo definirlo, nasce perché erano stati già concordati da Luigi Mancuso i subappalti a favore di imprese vicine all’imprenditore Giuseppe D’Amico in un contesto che – ha spiegato il carabiniere del Ros – vede coinvolto anche Salvatore Solano presidente della Provincia di Vibo Valentia, ente appaltante dei lavori oggetto di indagine. Tant’è che abbiamo intercettato la bramosia con la quale D’Amico si informava sull’esito del ricorso al Tar in modo da poter partire con i lavori di movimento terra. Diversi incontri sono poi stati intercettati tra Pietro Giamborino e il cugino Giovanni Giamborino che risulta tra i principali indagati della maxi operazione Rinascita – Scott. Hanno rapporti stretti, sono cresciuti insieme”. Le affermazioni sulle relazioni con il cugino hanno irritato l’imputato Giamborino che si è alzato e interrompendo il teste ha detto di non accettare queste deduzioni sulla sua famiglia. Il presidente del collegio giudicante ha poi riportato l’ordine in aula consentendo al carabiniere del Ros di terminare la propria deposizione. “L’attività investigativa – ha dichiarato il colonnello – è stata svolta in un periodo di particolare fermento politico perché c’erano in vista sia le elezioni parlamentari sia le elezioni regionali, loro all’epoca non avevano ruoli istituzionali, ma si percepiva che erano molto attivi. Tra Adamo e Giamborino abbiamo documentato diverse conversazioni e incontri, il più ambiguo fu quello all’uscita dell’autostrada Altilia – Grimaldi quando scesero dall’auto e iniziarono a camminare sul ciglio della strada verosimilmente per tentare di non essere intercettati”. Incontri e colloqui che – secondo l’accusa – sarebbero serviti a “comprare”, a soli 50mila euro, una sentenza del Tar di Catanzaro cercando di avvicinare un giudice il cui nominativo non è mai apparso nel registro degli indagati.

 

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