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Rinascita Scott, il pentito Moscato: “Giamborino uno dei nostri e Luigi Mancuso? Come il Papa”

di Mimmo Famularo – ‘Ndrangheta ma anche politica nella lunga escussione di Raffaele Moscato, uno dei principali pentiti vibonesi protagonista nell’udienza di oggi del maxi processo “Rinascita Scott” celebrata – come di consueto – nell’aula bunker di Lamezia. L’intreccio esplosivo ha chiamato in causa stavolta l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino, tra gli imputati “eccellenti” del procedimento, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, recentemente tornato in libertà. Il collaboratore di giustizia rivela l’appoggio dei Piscopisani a Giamborino precisando che in cambio di voti non avrebbe dato soldi ma “sistemato un pò di persone”.

“Giamborino è uno dei nostri”

Giamborino sarebbe stato spesso a casa di Rosario Battaglia, alias “Sarino”, uno degli esponenti di spicco del gruppo di ‘ndrangheta di Piscopio. “Quando l’hanno votato – aggiunge Moscato – alle tre del mattino è andato ubriaco a casa di Sarino Battaglia e spesso andava per prendersi il caffè. I piscopisani lo hanno votato e l’hanno fatto eleggere”. Rispondendo alle domande del pm antimafia Andrea Mancuso, Raffaele Moscato rivela le confidenze fatte dallo stesso Sarino Battaglia: “Pietro Giamborino è uno dei nostri”. Il collaboratore di giustizia lo ribadisce in aula nel corso dell’esame durato circa tre ore. “Lo sai che c’ha la prima” gli disse Battaglia che in gergo ‘ndranghetista significa che era battezzato. Parole riferite dal suo ex amico “Sarino” ma anche da Rosario Fiorillo, alias “Pulcino”, altro esponente di spicco del gruppo di Piscopio. “Lo facevano eleggere – sostiene Moscato – e dopo si sbrigavano altre cose. Non davano ad esempio 50 euro a voto, non l’ho mai sentito. Sistemava le persone che dicevano di sistemare”. Moscato fa qualche esempio e cita parenti dello stesso Battaglia assunti in uno studio di avvocato o al centro commerciale.

Le udienze del “papa” Luigi Mancuso

Nel corso della sua deposizione, Moscato si è soffermato sulla figura di Luigi Mancuso, il boss di Limbadi ritenuto dalla Dda di Catanzaro il capo crimine della provincia di Vibo Valentia. Anche qui prendendo le confidenze di qualche sodale, il pentito originario di Vibo Marina descrive Mancuso come una sorta di “Papa”: “Riceveva nella sua casa persone dalla mattina alla sera. Tutti cercavano udienza da lui”. Il collaboratore di giustizia lo definisce un capo carismatico. “Come un papa metteva tutte le cose a posto e dopo la sua scarcerazione stava sistemando il Vibonese. Diceva: ‘Basta scontri, fate la pace che garantisco io’. Il suo obiettivo era quello di fare affari senza morti e senza sangue”.

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