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Il pentito Mantella, il suo erede naturale e i Piscopisani: “Ragazzi sballati di testa”

di Mimmo Famularo – Oltre sette ore. Tanto è durata la prima udienza dedicata all’escussione di Andrea Mantella, il super pentito di “Rinascita Scott”, teste chiave della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nel maxi processo alla ‘ndrangheta. Rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci ha raccontato quaranta anni di storia criminale tracciando i profili dei boss che avrebbero dettato legge nel Vibonese prima che il maxi blitz del 19 dicembre 2019 decapitasse le principali cosche operanti su uno dei territori italiani a più alta concentrazione mafiosa.

La “stella luminosa” e i due volti dei Mancuso

Al vertice della galassia criminale della provincia di Vibo c’era anche per Andrea Mantella il super boss Luigi Mancuso, il capo dei capi definito “una stella luminosa” e anche “una mente finissima a livello criminale”. Il fratello di quest’ultimo, Antonio Mancuso, detto lo “zio Antonio”, lo ha invece definito “uno ‘ndranghetista ad altissimi livelli con rapporti massonici deviati”. Oggi ha 81 anni ed è in carcere dopo essere stato arrestato nell’inchiesta che ha fatto luce sull’estorsione al commerciante di Nicotera Carmine Zappia. Luigi e Antonio, insieme a Pantaleone, alias “Vetrinetta” (deceduto in carcere qualche anno fa) e Cosmo rappresentano la parte più diplomatica della cosca, sicuramente quella meno violenta nel racconto di Mantella e nel confronto con Peppe Mancuso, detto ‘Mbrogghia’ (condannato all’ergastolo) che il pentito descrive come “una persona rude, rustica, che sapeva solo ragionare solo con la pistola” e, ancora, che “strangolava le persone anche solo per un semplice pezzo di terra”. All’ergastolo e recluso al 41 bis c’è pure Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, il boss che Mantella voleva uccidere: “E’ una persona – ha riferito – maleducata e antipatica”. Il rapporto con i Mancuso non era d’altronde certamente idilliaco per l’ex boss scissionista. “Non avevo – ha dichiarato – nessuna empatia con loro essendo infatti in attrito, soprattutto con Pantaleone del quale volevo la morte e lui la mia”.

“I Piscopisani? Ragazzi sballati di testa”

Nel pianeta della ‘ndrangheta vibonese Andrea Mantella spende parole importanti per il boss di San Gregorio d’Ippona Saverio Razionale inquadrato come una sorta di “Leonardo da Vinci” della malavita locale. “E’ un fuoriclasse, il più intelligente di tutti. Quando gli altri pascolavano le pecore, lui camminava con la lamborghini”. Poi c’era Damiano Vallelunga, il boss defunto di Serra San Bruno, definito invece come “il Papa della ‘ndrangheta”. Giudizi completamente negativi quelli espressi su Giuseppe Accorinti, detto “Peppone”, ritenuto i capo della locale di Zungri: “Lui è peggio di Peppe Mancuso, un sanguinario con un cimitero di cadaveri alle spalle”. Quanto ai Bonavota di Sant’Onofrio, suoi alleati prima di finire in carcere e decidere di saltare il fosso, Mantella si sofferma sulla figura di Domenico, ritenuto dalla Dda il capo dell’ala armata: “Aveva una mente diabolica”. Nell’inquadrarlo cita il rapporto con i Piscopisani (“ragazzi sballati di testa che volevano fare fuori tutti”). “Don Micu” Bonavota sarebbe stato d’accordo nel lasciarli fare ma tutto aveva un limite e l’intenzione del boss di Sant’Onofrio era quella di ucciderli uno a uno. “Come? Invitandoli a pranzo in campagna con l’inganno per poi farli fuori con il cappio al collo”.

L’erede naturale di Mantella

Andrea Mantella ha poi riferito di avere attualmente un solo erede naturale: “E’ Salvatore Morelli”. Imputato in “Rinascita Scott”, ex suo luogotenente, Morelli, detto “Turi l’americano”, è ancora oggi latitante. Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del 2019 i carabinieri bussarono alla porta di casa ma lui era già “uccel di bosco”. Nessuna traccia ma una certezza per gli inquirenti: a Vibo città oggi comanda lui, l’erede designato da Andrea Mantella.

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