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Rinascita Scott, scocca l’ora di Andrea Mantella: “Adesso parlo io”

di Mimmo Famularo – E’ l’ora di Andrea Mantella in “Rinascita Scott”, il maxi processo contro la ‘ndrangheta. Quella di domani, giovedì 22 aprile 2021, sarà una giornata storica perché da un sito riservato risponderà alle domande dei pm antimafia il principale teste dell’accusa. Non sfilerà nell’aula bunker di Lamezia Terme come trentacinque anni fece in quella dell’Ucciardone di Palermo Tommaso Buscetta ma l’effetto sarà simile perché Mantella, ancor prima di pentirsi, era un boss sanguinario, rispettato ma soprattutto temuto. Anche dai Mancuso, il casato di Limbadi abituato a considerare Vibo e la provincia un proprio feudo. Mantella, a differenza del clan al quale era stato affiliato quando aveva appena 16 anni, non aveva alcuna intenzione di fare da vassallo e aveva progettato un futuro in grande con l’obiettivo di “scalare” tutte le gerarchie criminali e diventare un boss di prima grandezza come nessuno mai a Vibo, la sua città. Unitamente al cognato e braccio destro Francesco Scrugli (ucciso nel marzo 2012 a Vibo Marina nella faida con i Patania di Stefanaconi) aveva creato un vero e proprio cartello di clan “scissionisti” formato dal gruppo dei Piscopisani, dai Bonavota di Sant’Onofrio, gli Emanuele di Gerocarne, gli Anello di Filadelfia, i Vallelunga di Serra San Bruno. Tutti insieme per cercare di spezzare l’egemonia mafiosa dei Mancuso di Limbadi e Nicotera. Mantella era la punta di diamante di questo progetto: boss sanguinario ma anche killer spietato cresciuto a pane e ‘ndrangheta.

Da killer spietato a boss scissionista

L’affiliazione con il grado di “picciotto” già all’età di 16 anni su indicazione dell’allora boss di Vibo Carmelo Lo Bianco, detto “Piccinni”, deceduto nel marzo del 2014 nel carcere di Parma. La sua “scalata” è iniziata molto presto, fin da adolescente con incendi di auto e furti, ma anche con il primo tentato omicidio davanti al vecchio cinema Valentini negli anni ’90 quando rimase ferito dopo una sparatoria con Roberto Piccolo, considerato un “fedelissimo” dei Mancuso, già all’epoca pericoloso almeno e forse più di Mantella. La prima condanna a metà degli anni novanta per un omicidio commesso in un maneggio quando aveva appena venti anni. Le cronache raccontano che i titolari nel restituire un cavallo avevano chiesto dei soldi per il periodo di custodia. Quanto basta per provocare una sparatoria con un morto e un ferito. Mantella fu condannato a 12 anni. Il carcere per un aspirante boss è però come l’università. In prigione entrò da camorrista e ne uscì da trequartino. Si è autoaccusato di otto omicidi ancor prima di accusare gli altri. “Da mandante ne ho ordinato così tanti che onestamente non me li ricordo” rivelò tra le centinaia di pagine di verbali resi alla Dda di Catanzaro dal maggio del 2016. Nei primi anni del nuovo millennio costituì il suo gruppo “autonomo” dai Lo Bianco. “I Mancuso – disse in una delle sue prime deposizioni nel processo “Black Money” celebrato a Vibo – volevano fare i padroni e credevano che tutti noi degli altri gruppi fossimo delle pecore”. Lui però non aveva paura di alcuno, tanto meno dei Mancuso. Uno di loro, figlio di un boss, venne schiaffeggiato e umiliato in pubblica piazza a Vibo.  Le “nuove leve”, che dopo il suo pentimento misero a ferro e a fuoco Vibo, con lui al potere abbassavano la testa e non osavano neanche guardarlo negli occhi.

Quando le parole fanno più paura delle pistole

Mantella oggi non spara più ma le sue parole fanno ancor più paura. “Collaboro con la giustizia dal 4 maggio scorso perchè ho deciso di cambiare vita. Sono libero dal 14 giugno 2016, avendo finito di scontare tutte le condanne. Mi trovavo detenuto per tre condanne definitive per associazione mafiosa rimediate per aver fatto parte del clan Lo Bianco” ha dichiarato nell’aula bunker del Tribunale di Vibo Valentia nell’ottobre del 2016 quando esordì da pentito nel processo “Black Money”. Aveva appena finito di scontare una condanna definitiva relativa ai procedimenti antimafia nati dalle operazioni “Goodfellas” e “Nuova Alba” dove era stato condannato per il reato di associazione mafiosa con un ruolo di spicco all’interno del clan Lo Bianco. Qualche mese prima era stato assolto dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia dall’accusa di estorsione aggravata dalle modalità mafiose. E a chiedere nei suoi confronti l’assoluzione atteso che la parte offesa non aveva confermato in aula le accuse fu l’allora pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, che oggi dirige la Procura ordinaria di Vibo. E’ con lui che Mantella si “confessò” per la prima volta quando decise di saltare il fosso. Era rimasto solo dopo l’uccisione del suo migliore amico, Francesco Scrugli. Aveva forse paura di fare la stessa fine perché la ‘ndrangheta non perdona e sulla testa di Mantella pendeva già una condanna a morte decretata dalle cosche che lui stesso aveva sfidato e voleva decapitare. Si parlò anche di un pentimento dettato da ragioni di opportunità visto che, prima ancora di lui, il cognato Pasquale Giampà, alias “Millelire”, fratello di Francesco Giampà, detto “il professore”, capo storico della consorteria mafiosa di Lamezia, aveva intrapreso la strada della collaborazione con la giustizia. Se ne dissero tante e i suoi stessi familiari di dissociarono e non lo seguirono nel programma di protezione. Ha avuto il coraggio di rompere il muro dell’omertà e quei verbali riempiti nel corso di decine e decine di interrogatori, ai quali Mantella si è sottoposto iniziando a collaborare con il pool di magistrati diretti da Gratteri, si trasformeranno da domani in parole affilate e taglienti che entreranno ufficialmente nel troncone ordinario di “Rinascita Scott”.

Almeno 15 udienze fiume

Un vero e proprio “ciclone” che con le sue dichiarazioni ha svelato omicidi rimasti per anni impuniti, intrecci tra ‘ndrangheta, politica corrotta, imprenditoria collusa e massoneria deviata, permesso agli investigatori di inquadrare scenari inediti e alla Dda di Catanzaro di chiudere il cerchio su decine di inchieste con una raffica di arresti senza precedenti. Mantella è a conoscenza di così tanti segreti, alcuni dei quali ancora coperti da omissis, che i pubblici ministeri Antonio De Bernardo, Annamaria Frustraci e Andrea Mancuso (oltre agli avvocati difensori che lo metteranno a dura prova) avranno bisogno di almeno quindici udienze e, forse, anche qualcosa in più, per esaminarlo.

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