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Risse, sparatorie e danneggiamenti: il far west di Vibo raccontato dal pentito in Rinascita Scott

di Mimmo Famularo – Sarà un caso o forse no. L’udienza di oggi del maxiprocesso “Rinascita Scott” è quanto mai di attualità. Al centro della deposizione del collaboratore di giustizia Michele Camillò una serie di risse originate dalle tensioni tra gruppi criminali rivali e, in particolare, tra i nipoti del boss di Zungri Giuseppe Antonio Accorinti, alias “Peppone”, e le “nuove leve” guidate dal presunto aspirante boss di Vibo Domenico Macrì, detto “Mommo”. I nomi che vengono pronunciati dall’ex soldato dei “Pardea-Ranisi”, collegato con l’aula bunker di Lamezia Terme da un sito riservato, sono ricorrenti e richiamano la memoria a quanto avvenuto tra sabato e domenica scorsi in piazza Morelli a Vibo Valentia. Camillò parla di Michelangelo e Giuseppe Barbieri, entrambi di Pannaconi, nipoti di Peppone Accorinti. Si tratta dei fratelli di Francesco Barbieri, il ventenne arrestato dai carabinieri autore della sparatoria che nello scorso week end è costato il ferimento di Domenico Catania, alias “Pallina”. Quest’ultimo è estraneo al processo “Rinascita Scott” al contrario invece di Michelangelo e Giuseppe che risultano tra gli imputati nel filone principale.

L’astio tra i nipoti del boss e il nipote del pentito

“Sono a conoscenza di contrasti tra esponenti del nostro gruppo e appartenenti alla criminalità organizzata di Zungri. Tali contrasti – spiega il collaboratore di giustizia – nascono dall’astio che era sorto tra mio nipote Domenico e Michelangelo Barbieri riconducibile al fatto che il primo in passato è stato fidanzato con l’attuale fidanzata del secondo. Non sono a conoscenza di ulteriori contrasti tra le due consorterie perché sono a conoscenza di affari illeciti in comune tra Mommo Macrì e Peppone Accorinti, portati avanti in epoca successiva”. Camillò racconta quanto avvenuto una sera del gennaio 2018 in un locale al centro di Vibo. Si tratta di una rissa a colpi di bottiglia e anche di bidoni della spazzatura che coinvolge su nipote, Domenico Camillò, e i fratelli Barbieri insieme ad altri ragazzi. “Notando che tutto il gruppo avverso si concentrava su mio nipote chiedevo il motivo di tale astio ed il Barbieri mi spiegava che mio nipote qualche sera prima aveva chiamato lui e chi si accompagnava allo stesso ‘bastardi’ mentre si trovano in piazza”.

Il raid punitivo e le “idee folli” di Mommo Macrì

Attriti che si trascinavano da settimane e che hanno rischiato di sfociare nel sangue perché – secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia – venuto a conoscenza di quanto successo Mommo Macrì avrebbe richiesto ai suoi sodali un’immediata azione di fuoco ritorsiva. “L’obiettivo – aggiunge Camillò – era quello di compiere un’azione di fuoco contro tale Crudo, soggetto che io non conoscevo e che mio nipote ed i suoi amici ritenevano aver partecipato all’aggressione unitamente ai Barbieri e che nonostante fosse vibonese aveva commesso un’azione contro i sodali della consorteria di Vibo e pertanto andava punito”. L’azione fu effettivamente compiuta e si trattò – sostiene in aula Camillò – di un danneggiamento effettuato con un fucile acquistato per 1200 euro da Ginò Vitrò. “Mommo Macrì ipotizzava – rivela il pentito – idee folli quali quella di esplodere dei colpi di fucile all’indirizzo dei genitori del Crudo”. Alla fine al raid prese parte direttamente il collaboratore di giustizia che, a bordo di una moto guidata, da Luigi Federici si sarebbe recato dinnanzi all’abitazione di Crudo per sparare due colpi contro l’auto e altri due contro di una colonna della casa. Al raid punitivo con ruoli diversi e a vario titolo avrebbero preso parte, tra gli altri, Mommo Macrì, Bartolomeo Arena, Michele Manco, Vincenzo Tassone, Giuseppe Camillò, Antonio Pardea, Michele Pugliese Carchedi, Michele Dominello e, ovviamente i due esecutori materiali: Luigi Federici e Michele Camillò. “Nonostante io fossi contrario al compimento dell’azione di fuoco nei confronti del Crudo – non fui in grado di rifiutarmi di eseguirla in quanto mi era stata richiesta da mio nipote davanti ai restanti sodali e temevo le probabili critiche degli altri al mio rifiuto”. A peggiorare la situazione la frase che sarebbe stata pronunciata durante la rissa da Michelangelo Barbieri ad apposita domanda di Domenico Camillò: “Ma tu non guardi in faccia nessuno? Neanche Mommo Macrì? Io me ne fotto di Mommo Macrì”. Ulteriore benzina sul fuoco perché queste parole riferite all’interessato avevano aumentato la voglia di vendetta. “Mommo Macrì diceva che dove vedevamo i fratelli Barbieri li dovevamo lasciare mezzi morti e facevamo le vedette per trovarli a Vibo. Voleva vendicarsi per quella frase detta e spingere noi a farlo con le sue folli idee”.

Il messaggio su Facebook e la pace

A riportare la calma un messaggio trasmesso su Facebook dal fratello maggiore dei Barbieri che puntava ad aggiustare la cosa su suggerimento del boss Giuseppe Accorinti, in affari con Mommo Macrì, che – secondo quanto riferito allo stesso Camillo da Mimmo Cichello – non sopportava il modo d’agire dei nipoti che avrebbe spesso malmenato perché litigavano con tutti creando problemi al boss. “Si era interessato alla cosa anche Saverio Razionale al quale Mommo Macrì non poteva dire di no e tutto finì lì”. Tensioni che hanno rischiato di scatenare una vera e propria guerra di ‘ndrangheta per come spiegato dallo stesso Camillò. “Macrì ci disse che Accorinti voleva uccidere Antonio Pardea, Bartolomeo Arena e mio fratello piazzando due killer all’istituto Professionale. La mia sensazione è che mentisse per farci camminare tutti armati. Voleva scendere addirittura con le moto a Pannaconi per uccidere Michelangelo Barbieri. Provava astio e con le sue folli idee voleva far capire a tutti che non aveva paura di nessuno”.

L’album fotografico e la figura di “Pallina”

Sfogliando l’album fotografico degli imputati, Michele Camillò riconosce quasi tutti gli imputati per nome e per cognome. Tra le foto che il pubblico ministero Antonio De Bernardo fa vedere c’è anche quella di Domenico Catania, 32 anni, detto “Pallina”. E’ la vittima della sparatoria di sabato a piazza Morelli, imputato a piede libero, attualmente ricoverato in ospedale. “E’ un amico di mio nipote Domenico e parente dei Macrì. Non lo conosco come affiliato – ribadisce in aula – ma è a disposizione del nostro gruppo. Ha preso parte ad azioni delittuose: ha sparato insieme a mio nipote Domenico Camillò Carmelo Pugliese, ha incendiato l’auto dell’ex consigliere comunale Salvatore Bulzomì insieme a un altro ragazzo che si chiama Manco e ha partecipato a un’altra azione contro Loris Palmisano”.

© Riproduzione riservata.

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