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Scacco ai Gallace di Guardavalle, da famiglia di ‘ndrangheta a multinazionale della droga

Contatti diretti con i narcos colombiani, fiumi di cocaina dell’ordine di oltre 1200 chili alla volta da distribuire in Australia, Nuova Zelanda, Turchia, Regno Unito e Slovenia. Emergono nuovi dettagli dall’inchiesta “Molo 13” che questa mattina ha portato all’arresto di 23 persone tra la Calabria e la Toscana. La mente del narcotraffico internazionale era a Guardavalle, versante jonico catanzarese, e a gestire l’imponente giro d’affari c’erano – secondo le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e delegate alla Guardia di finanza – i Gallace di Guardavalle. Gli inquirenti hanno identificato tutti i componenti dell’organizzazione coinvolti – ognuno con un ruolo ben preciso – in quella che è ritenuta un’articolata struttura associativa dedita al traffico internazionale di cocaina.

Da famiglia di ‘ndrangheta a impresa criminale

L’operazione denominata “Molo 13”, che rappresenta l’epilogo di una complessa attività investigativa condotta dai reparti speciali dello Gico di Catanzaro e dallo Scico della Guardia di Finanza di Roma con il coordinamento della Procura guidata da Nicola Gratteri, ha evidenziato un grave quadro indiziario a carico di esponenti di spicco della cosca di ‘ndrangheta radicata sul territorio di Guardavalle e riconducibile alla famiglia Gallace, che avevano messo in atto una ramificata organizzazione criminale transazionale con lo scopo di agevolare l’associazione di stampo ‘ndranghetistico, caratterizzata da marcati profili operativi internazionali, capace di pianificare ingenti importazioni di cocaina dal Sud America (Colombia, ma anche Brasile) e di “piazzarla” in Europa (Spagna, Olanda, Inghilterra e Slovenia), Nuova Zelanda e Australia. E’ emerso quindi il ruolo dei Gallace che da semplice famiglia di ‘ndrangheta si è trasformata negli anni in un’impresa criminale attraverso numerose attività illecite che hanno consentito di accrescere la potenza militare ed economica e di acquisire un controllo sempre più penetrante del territorio della fascia ionica a cavallo delle province di Catanzaro e Reggio Calabria, con diramazioni nell’hinterland laziale, toscano e lombardo.

I messaggi criptati e il sequestro di cocaina

Le indagini, che si sono avvalse del contributo di alcuni collaboratori di giustizia, hanno consentito di inquadrare la rilevanza criminale del sodalizio nel traffico internazionale di stupefacenti, evidenziandone la capacità di interfacciarsi direttamente con i fornitori sudamericani per l’acquisto di notevoli quantitativi di droga. È emerso il sistematico utilizzo, per il traffico illecito, di metodi di comunicazione non convenzionali, con dispositivi elettronici, associati a sim straniere, che si avvalevano di tecniche di messaggistica criptata tra “account” e “domini” associati a un server sito in San José (Costarica). A tale proposito, a seguito del sequestro da parte delle autorità olandesi di dati criptati con tecnologia non convenzionale, denominata PGP, estrapolati proprio da tale server, con la preziosa collaborazione del rappresentante italiano in servizio a Eurojust, è stato possibile utilizzare un numero formidabile di messaggi di posta elettronica, prevalentemente in lingua italiana, trasmessi da dispositivi BlackBerry, con la crittografia PGP. Con la decriptazione della messaggistica, da parte dello Scico e del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Catanzaro della Guardia di Finanza, è stato possibile trarre significative indicazioni sul modus operandi dell’organizzazione, identificare i sodali e ricostruire numerosi episodi di commercio e importazione di sostanze stupefacenti, tra i quali l’importazione di una fornitura del peso di oltre 150 chilogrammi di cocaina sequestrata nel maggio 2017 nel porto di Livorno, e per la quale, le chat scambiate tra i soggetti coinvolti, consentiva di rilevare che era stato commissionato l’acquisto di circa 200 kg di cocaina dalla Colombia, trasportato all’interno di un container a bordo di una motonave partita dal porto di Cartaghena (Colombia), il cui recupero, programmato inizialmente a Barcellona (Spagna), veniva tentato, con esito negativo, a Livorno. La droga complessivamente sequestrata, una volta lavorata ed immessa in commercio, avrebbe fruttato all’organizzazione oltre 3,5 milioni di euro sulle piazze di spaccio.

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