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Scoperta popolazione dell’Aspromonte con una propria componente genetica

“Abbiamo prove di differenze tra la Calabria a nord e a sud dell’Istmo di Marcellinara per quanto riguarda la flora e la fauna; ma ora sappiamo che esiste variabilità anche per l’Homo sapiens che la abita”. Ad annunciarlo è Rosalba Petrilli biologa appassionata di etno-botanica, cofondatrice e direttrice dell’Orto botanico comunale di Girifalco che collabora con l’Università di Bologna in alcuni studi di biologia applicata al DNA dei popoli. “Al momento l’esistere di due popolazioni ancestrali differenti per la Calabria settentrionale e meridionale – spiega Petrilli – può essere uno spunto interessante per una speculazione anche di carattere culturale. Ancora più interessante è però l’esistenza in Aspromonte di un’etnia con una propria componente genetica, mai rilevata prima: un’enclave di lingua greca in un contesto genetico calabrese, o comunque più vicino ai calabresi che ad ogni altra popolazione”.

Origini risalenti al neolitico

“Un risultato inatteso e ancor più sorprendente, se consideriamo che le loro origini sembrano affondare nei flussi migratori che interessarono le sponde del Mediterraneo fin dal Neolitico. Il suono di una lingua arcaica, – sottolinea la biologa – la conservazione delle tradizioni, il modo di rapportarsi al prossimo danno chiaramente la sensazione di trovarsi di fronte ad una popolazione dalla lunga storia; ma la sensazione trova ora un fondamento. La biologia molecolare sta aiutando a dare risposte sempre più precise sul nostro passato. Sarebbe lo strumento di indagine d’elezione, per esempio, per scoprire l’origine di quegli indigeni che si unirono a Pitagora presso Capo Lacinio, a pochi chilometri da Crotone. Nell’attenta ricostruzione di
Salvatore Mongiardo si ipotizza che, originariamente, un popolo detto dei Lacini abitasse le terre attorno al Golfo di Squillace. Ritroviamo infatti il toponimo “Lacina” nel comprensorio montano delle Serre Calabre come importante sito di interesse comunitario (SIC): una preziosa zona umida con una grande ricchezza di habitat ad alta concentrazione di specie rare, relitte e al limite meridionale della loro distribuzione geografica”.

Analisi del DNA

“Sarebbe possibile – chiarisce Petrilli – verificare se vi siano stati contatti tra gli abitanti dell’area della Lacina a sud dell’Istmo di Marcellinara e di Capo Lacino a nord dell’Istmo. Disponendo di campioni antichi, attraverso l’analisi del loro DNA l’indagine sarebbe immediata; ma tutti noi portiamo all’interno delle nostre cellule un mosaico dei segmenti di DNA dei nostri antenati e potremmo risalire anche a lontanissime parentele, con analisi opportune. Per esempio, nei campioni rilevati in Aspromonte e in provincia di Catanzaro, a Girifalco, Jacurso, Tiriolo e Pentone abbiamo notato che gli individui che hanno in comune segmenti di DNA di una certa classe di lunghezza mostrano legami di parentela che si esauriscono principalmente all’interno della stessa area. Se invece consideriamo i segmenti di DNA in comune per classi di lunghezza più brevi (indicativi di parentele più lontane), si rintracciano collegamenti genetici tra centri anche distanti tra loro. Analogamente, raccogliendo campioni opportunamente selezionati nelle due aree di interesse, potremmo valutare l’intensità di eventuali relazioni genetiche e magari scoprire anche le
ascendenze del popolo dei Lacini”.

I parenti dei calabresi

“È infatti possibile rintracciare le componenti che contribuiscono a descrivere una popolazione. Nei nostri campioni, ad esempio, – afferma Petrilli – sono stati rilevati gli apporti genetici riconducibili ai neolitici
iraniani ed anatolici; ai cacciatori raccoglitori-occidentali e a quelle popolazioni provenienti dalle steppe ponto-caspiche della prima e media Età del Bronzo identificabili con la cultura di Jamna e riferita ai tardi proto-indoeuropei nella teoria kurganica. Sono stati messi a confronto campioni sardi, del nord Italia, di Benevento, di Castrovillari, di Catanzaro e d’Aspromonte. I sardi  sono spesso presenti negli studi di biologia molecolare anche in virtù della loro posizione ‘outlier’ (fuori norma) nel panorama genetico europeo. Sono considerati i discendenti dei più antichi agricoltori orientali giunti in Europa; recano infatti una quota importante di componente neolitica anatolica e iraniana. Conservano una componente derivante dalla popolazione di cacciatori-raccoglitori presente sull’isola prima dell’arrivo dei neolitici e sono stati poco interessati dalla discesa delle popolazioni delle steppe ponto-caspiche. La componente delle popolazioni delle steppe è invece importante per l’Italia settentrionale ed è risultata presente anche negli Etruschi, che un recente studio internazionale afferma essere nativi del suolo italico. La componente delle popolazioni delle steppe diminuisce da nord a sud, così come quella dei cacciatori-raccoglitori, mentre aumenta la componente neolitica e in particolare, molto curiosamente, quella iraniana”.

La proposta

“Sarebbe molto interessante – propone Petrille – organizzare una ricerca multidisciplinare che coinvolgesse storici, archeologi, antropologi, linguisti ed altri specialisti, finalizzata a definire le dinamiche e le caratteristiche del popolamento umano in tutta la regione Calabria. A causa degli sconvolgimenti tellurici e di quello che oggi chiamiamo dissesto idro-geologico, ma anche probabilmente per un difetto d’attenzione, abbiamo poche seppur interessanti tracce archeologiche della presenza umana in epoca paleolitica, mentre più numerosi sono i reperti di epoca neolitica. In un contesto naturale come quello calabrese (montagne boscose circondate dal mare, grotte, pianure fertili, corsi d’acqua e sorgenti purissime), è plausibile immaginare un momento in cui, gli uomini non ebbero la necessità di competere per le risorse alimentari. È consuetudine stabilire un nesso causale tra la nascita dell’agricoltura e l’origine delle civiltà: si sostiene correntemente che gruppi di cacciatori-raccoglitori avessero cominciato a coltivare la terra, diventando stanziali; il surplus di cibo, conseguente alle nuove tecniche di produzione, avrebbe favorito così lo sviluppo di società complesse. A Göbekli Tepe, nell’odierna Turchia, ben 11.600 anni fa cacciatori-raccoglitori costruirono il tempio più antico ad oggi conosciuto. La mole di lavoro deve aver occupato migliaia di persone per molto tempo. Per far fronte all’esigenza di sfamare gli operai si incominciò a coltivare. Effettivamente, tracce di un centro agricolo sono emerse a poca distanza da Göbekli Tepe. L’impulso originario capace di riunire gruppi di cacciatori-raccoglitori, di dare loro un motivo per sopportare la fatica dell’impresa e far così nascere la civiltà, dunque sarebbe stato il senso del sacro. In linea con il ragionamento di Salvatore Mongiardo, a Göbekli Tepe abbiamo evidenze materiali di una civiltà formale. La civiltà sostanziale, ossia “quella del corretto agire e del vivere felice”, sarà invece da riportare alla luce dal profondo della nostra interiorità anche in virtù di ciò che potremmo aver ereditato dai Lacini”.

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