LA SENTENZA

Sequestrato e torturato a Catanzaro dal clan dei Gaglianesi per vendetta, tre condanne (NOMI)

Secondo le accuse alla base della spedizione punitiva, la vendetta contro chi avrebbe osato avere una relazione con la moglie di Costanzo
scirocco

Pene dagli 8 anni e 8 mesi ai 7 anni di reclusione sono stati inflitti dal gup del Tribunale di Catanzaro Maria Idra Gurgo di Castelmenardo per tre imputati giudicati con rito abbreviato, accusati a vario titolo  di tortura, lesioni personali aggravate, sequestro di persona, violenza privata, detenzione illegale di arma comune da sparo e rapina, reati aggravati dal metodo mafioso. In particolare il giudice ha inflitto a Vitaliano Costanzo,di Catanzaro, nipote del capo storico del clan dei Gaglianesi la pena a 8 anni, 8 mesi e 3mila euro di multa, mentre i suoi fedelissimi Francesco Squillace e Riccardo Elia, sono stati condannati rispettivamente a 7 anni  e 7 anni e 2 mesi di reclusione. Gli avvocati difensori Francesco Severino, Gregorio Viscomi, Nicola Tavano e Guido Contestabile attenderanno le motivazioni della sentenza per ricorrere in appello. Per un quarto imputato Luigi Pettinato che ha scelto di proseguire l’ordinaria udienza preliminare è in corso il processo dibattimentale.

Secondo le ipotesi accusatorie alla base della spedizione punitiva, la vendetta contro chi avrebbe osato avere una relazione con la moglie di Costanzo. Torturato per ore e ore in un luogo appartato, costretto a confessare dopo essere stato minacciato con un coltello e una pistola, preso a calci e a pugni, percosso con un bastone, ridotto in fin di vita, intimorito da coloro che hanno fatto leva anche implicitamente sull’appartenenza al sodalizio di ‘ndrangheta dei Gaglianesi, attivo sul territorio di Catanzaro. Violenze continue, aggressioni inaudite cessate dopo la denuncia della vittima che ha consentito al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Veronica Calcagno, di fare quadrato sui responsabili chiedendo e ottenendo dal gip Chiara Esposito 4 misure cautelari in carcere notificate dalla Squadra Mobile di Catanzaro

Secondo le ipotesi accusatorie alla base della spedizione punitiva, la vendetta contro chi avrebbe osato avere una relazione con la moglie di Costanzo. Torturato per ore e ore in un luogo appartato, costretto a confessare dopo essere stato minacciato con un coltello e una pistola, preso a calci e a pugni, percosso con un bastone, ridotto in fin di vita, intimorito da coloro che hanno fatto leva anche implicitamente sull’appartenenza al sodalizio di ‘ndrangheta dei Gaglianesi, attivo sul territorio di Catanzaro. Violenze continue, aggressioni inaudite cessate dopo la denuncia della vittima che ha consentito al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Veronica Calcagno, di fare quadrato sui responsabili chiedendo e ottenendo dal gip Chiara Esposito 4 misure cautelari in carcere notificate dalla Squadra Mobile di Catanzaro

Portato in una stalla, pestato e costretto a confessare

E’ il 26 ottobre scorso quando la vittima viene convocata da Vitaliano Costanzo, considerato dagli inquirenti l’ideatore e l’istigatore del piano criminale nelle sua abitazione, contestandogli di aver avuto una relazione sentimentale con la moglie. La vittima nega e Costanzo lo invita a seguirlo nei pressi della stalla adiacente alla casa, inizia a picchiarlo con un palo di legno per farlo confessare: “mi ha chiesto di seguirlo dove ha i cavalli e mi ha iniziato a minacciare” . Durante il pestaggio arrivano anche gli altri indagati, che secondo gli inquirenti hanno svolto il ruolo di concorrenti morali  nella vicenda: avrebbero assistito al pestaggio, impedendo alla parte offesa di scappare. Costanzo armato di pistola sottrae alla vittima il telefono cellulare per controllare se vi fosse qualche chat con la moglie. Vessazioni durate quasi nove ore e in quella stessa serata che si è protratta fino a mezzanotte viene portato a Catanzaro Lido dove era presente anche la moglie di Costanzo. La vittima confessa di aver avuto una relazione con lei, dopo ripetute insistenti pressioni e viene lasciato andare.

Ridotto in fin di vita

L’incubo sembra essere finito e invece la sera successiva Costanzo si presenta a casa del suo rivale e lo invita a seguirlo sempre nello stesso posto, in località Cavagliotti, nei pressi della stalla, dove erano presenti anche Francesco Squillace e Francesco Elia e la storia si ripete. Iniziano ad accanirsi contro di lui brutalmente, picchiato prima con un piede di porco sul bacino, sulle gambe e sul braccio e successivamente con un pezzo di legno continuando ad interrogarlo per ore sulla relazione che questi aveva avuto con la moglie di Costanzo. Al termine della feroce aggressione Elia preleva l’auto della vittima e lo aiuta a salire a bordo, la vittima riesce ad arrivare sotto la sua abitazione e suona ripetutamente il clacson per cercare aiuto, per attirare l’attenzione dei parenti e perde i sensi: “hanno smesso penso quando hanno visto che avevo il braccio rotto, la gamba rotta. I buchi che ho sulle gambe me li hanno procurati con il piede di porco” . Arrivano suo fratello e lo zio, praticano una manovra salva-vita alla  vittima che rischia un soffocamento a causa del rigonfiamento eccessivo della lingua, poi la corsa al Pronto soccorso dove gli vengono riscontrate diverse fratture scomposte e viene sottoposto a diversi interventi chirurgici. Nei giorni successivi gli indagati si recano sul posto di lavoro del fratello della vittima minacciando ritorsioni nel caso in cui fossero stati arrestati.

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