Sequestro di persona e tentata estorsione, sette arresti a Reggio

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Sette arresti e diverse perquisizioni domiciliari all’alba in un’operazione dalla Polizia di Stato di Reggio Calabria contro soggetti ritenuti responsabili di sequestro di persona e tentata estorsione aggravati dalle modalità mafiose.

AGGIORNAMENTO – 

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E’ stata fatta piena luce sulla vicenda estorsiva, aggravata dal sequestro di persona, verificatasi a Reggio Calabria la notte tra il 30 e il 31 dicembre 2018-

Le indagini, svolte dalla Squadra mobile e condotte dai sostituti procuratori della Repubblica Roberto Placido Di Palma e Angelo Gaglioti, hanno scoperto una serie di eventi pregni di violenza.

Alle ore 20 circa del 30 dicembre, la titolare di una pizzeria aveva comunicato al 113 che il compagno era stato costretto, da alcuni individui, a salire su un’autovettura.

Scattato l’allarme, la Squadra Mobile, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, aveva avviato le indagini per sequestro di persona.

Grazie alle dichiarazioni di testimoni, all’ausilio di intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi dei tabulati dei traffici telefonici delle utenze di interesse investigativo e delle immagini estrapolate dai sistemi di video sorveglianza presenti nelle aree circostanti al luogo del delitto, gli agenti erano riusciti a ricostruire l’esatta dinamica del sequestro di persona e di comprendere come l’azione fosse finalizzata al compimento di un’estorsione consistente nella richiesta di 500 euro quale parte residua pretesa, ma non dovuta, da uno dei sette sequestratori,

Giuseppe Surace, aveva lavorato come pizzaiolo alle dipendenze della donna, la quale aveva denunciato il sequestro di persona del convivente.

Giunto alla pizzeria assieme alla compagna e ai figli minori, la vittima era stata affrontata da Belfiore, Polimeni e Scaramuzzinono che la costrinsero a salire sull’autovettura di Belfiore.

Durante il tragitto, il malcapitato, a cui furono rivolte minacce di morte da Belfiore, fu condotto a Pellaro, contro la sua volontà, nell’abitazione dei Surace.

Lì, lo stesso, fu sequestrato, con conseguente richiesta estorsiva per dirimere una controversia legata alla posizione lavorativa del pizzaiolo.

Quest’ultimo, infatti, aveva lavorato nella pizzeria della compagna della vittima per circa un mese, tra agosto e settembre del 2018. L’accordo tra le parti prevedeva, come corrispettivo del lavoro svolto, il pagamento di 800 euro.

Di questi, il datore di lavoro gli aveva già corrisposto 750 euro, con la somma residua dovuta individuata in 50 euro e non in 500, come precedente richiesto.

Una situazione strana, anche perchè il sequestrato, senza alcun soldo addosso, era stato accompagnato dai sequestratori in pizzeria per prendere i 500 euro. Lì, però, la Polizia stoppò l’estorsione, in quanto presente dopo la richiesta di aiuto.

Agli indagati, così, è stata contestata l’aggravante delle modalità mafiose, in quanto Francesco Belfiore minacciò la vittima di sparargli in testa qualificandosi come “capo di San Cristoforo”, cioè referente delle cosche di ‘ndrangheta di Reggio Calabria, in ragione della sua parentela con un cugino ritenuto legato alla cosca di ‘ndrangheta dei Libri.

In più, è stata contestata anche l’aggravante di aver agito per realizzare il secondo delitto di tentata estorsione, oltre all’aggravante di aver commesso il fatto con più persone riunite.

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