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Soldi al giudice per scarcerare boss, l’avvocato Veneto: “La Dda vuole processarmi”

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“Ho appreso che la Procura della Repubblica di Catanzaro sin dal 17 settembre scorso ha depositato richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti per la corruzione del giudice Giusti, risalente ad 11 anni fa.
Altro non mi è ancora stato ancora notificato e ciò mi consente di anticipare l’informazione alla stampa sulla inopinata scelta di esercitare l’azione penale nei miei confronti”. E’ quanto scrive in una nota stampa l’avvocato Armando Veneto coinvolto  insieme ad altri sei indagati nell’inchiesta della Dda di Catanzaro Abbraccio su soldi dati nelle mani di un magistrato per ottenere in cambio la scarcerazione di alcuni capi e gregari della cosca di ‘ndrangheta dei Bellocco con l’intermediazione anche di un avvocato. “Non mi sorprende- aggiunge il noto penalista-, perché è il segno dei tempi, che l’ufficio del pm per procedere nei miei confronti sovverta il valore delle prove di innocenza come tali valutate nel 2014 dalla stessa Procura di Catanzaro e dai giudici che le hanno esaminate nelle fasi cautelari e di merito del processo “Abbraccio”. Tant’è; ma non basterà la singolare idea dell’ufficio procedente ad oscurare verità e ragione. Né ad intimidirmi. Mi difenderò nel processo non solo utilizzando le prove dell’innocenza già acquisite e contenute da quasi un decennio nel fascicolo. Ma dimostrando anche i fatti ulteriori che con il mio interrogatorio avevo offerto e che l’accusatore ha ignorato”.

Nell’avviso di conclusione delle indagini oltre all’avvocato Armando Veneto, comparivano i nomi di Domenico Bellocco, alias Micu u Longu, 43 anni, residente a Rosarno; Vincenzo Puntoriero, 66 anni, domiciliato a Vibo; Gregorio Puntoriero, 41 anni di Vibo;  Vincenzo Abanese, 43 anni, di Rosarno; Giuseppe Consiglio, 50 anni, di Rosarno e Rosario Marcellino, 47 anni, di Rosarno, nei confronti dei quali si ipotizza il reato di corruzione in atti giudiziari aggravato dalle modalità mafiose.

Denaro in cambio della libertà

Secondo la Procura distrettuale, tutti e sette gli indagati, avrebbero dato danaro o comunque avrebbero svolto il ruolo di intermediari nella dazione di soldi al magistrato Giancarlo Giusti (deceduto) per ottenere in qualità di giudice relatore ed estensore del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria l’annullamento di alcune ordinanze di misure cautelari emesse dal gip su richiesta della Dda reggina.

Corruttori e intermediari

I fatti contestati risalgono al mese di agosto 2009: Giusti avrebbe accettato una somma complessiva di 120mila euro da Rocco Bellocco, Rocco Gaetano Gallo e Domenico Bellocco, 41 anni, i tre indagati da favorire, definiti dalla Dda “corruttori”, ciascuno dei quali avrebbe dato 40mila euro per ottenere la libertà, attraverso l’intercessione con Giusti da parte dei Puntoriero, di Domenico Bellocco, 43 anni, Vincenzo Albanese, Giuseppe Consiglio, Rosario Marcellino e l’avvocato Veneto.  Fatto aggravato dalla mafiosità per agevolare le attività della cosca di ‘ndrangheta dei Bellocco  “e in particolare- si legge nell’avviso di conclusione delle indagini- per consentire il ritorno in libertà di tre esponenti di spicco della cosca e per agevolare la stessa  in un momento di grave difficoltà generato dall’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di capi e gregari del clan disposta dal gip del Tribunale di Reggio su richiesta della locale Dda a seguito dell’esecuzione di alcuni provvedimenti di fermo di indiziato di delitto nell’ambito di un’ indagine volta a disarticolare la struttura organizzativa della cosca”.

Il sostegno alla cosca

L’avvocato Veneto e Domenico Puntoriero, secondo la Dda, in forza del rapporto di amicizia con Giusti, proprio per il loro ruolo di intermediari nella dazione di danaro,  “avrebbero fornito un concreto apporto al rafforzamento, alla conservazione  e alla prosecuzione della cosca Bellocco, attraverso la ripresa operativa che ciascuno dei tre indagati posti in libertà ricopriva, con inevitabile vantaggio dell’associazione mafiosa, peraltro in un frangente di particolare fibrillazione interna al sodalizio criminale, determinato dall’intervento repressivo messo a segno Dda.  (g. p.)

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