L’ultima telefonata con Falcone e quel terribile 23 maggio 1992, il colonnello De Donno racconta la strage di Capaci

Il ricordo dell'ufficiale dei carabinieri, tra i pochi di cui il giudice si fidava: "In macchina avrei potuto esserci anche io se non fossi tornato prima in Sicilia"

In Sicilia giunse poco più che ventenne. Era il 1987. L’allora colonnello Mario Mori era in servizio a Palermo da un anno e aveva bisogno di un valido investigatore che potesse sostituire a Bagheria Sergio De Caprio, passato alla storia come Capitano Ultimo, trasferitosi a Milano. Inizio così l’esperienza siciliana di Giuseppe De Donno, uno dei uomini di fiducia di Giovanni Falcone, ufficiale dei carabinieri, fine investigatore, autore del discusso dossier Mafia e Appalti, considerato dalla Corte d’assise di Caltanissetta nella sentenza Borsellino Quater come una delle causali della stage di via d’Amelio. A delegare quell’indagine ai carabinieri del Ros, il reparto speciale fondato proprio da Mario Mori, fu Giovanni Falcone che voleva recidere i legami tra la mafia, la politica corrotta e l’imprenditoria collusa con il potere criminale. Partendo da un piccolo paese in provincia di Palermo scoprirono un sistema di corruzione che a Milano passò alla storia come tangentopoli un paio di anni dopo. Falcone e i carabinieri guidati da Mori e De Donno erano arrivati alle stesse conclusioni del pool di Mani Pulite con un paio di anni d’anticipo.

Il primo incontro con Falcone

Il primo incontro con Falcone

Giuseppe De Donno da giovanissimo tenente era considerato già all’epoca uno dei migliori ufficiali operativi in circolazione. Divenne uno degli uomini di fiducia di Giovanni Falcone. Lo incontrò per la prima volta in un corso in caserma per illustrare agli ufficiali l’evoluzione di Cosa nostra e le relative misure di contrasto che si stavano mettendo in atto: “Aveva un carisma fuori dal Comune. Era molto serio, quasi rigido. Manteneva un distacco da chi lo circondava. Dava l’idea di essere sfuggente e in realtà lo era. Lo fissai per quasi tutta la durata del corso cercando di penetrare con gli occhi l’uomo che aveva assunto una dimensione quasi mitologica, nell’immaginario collettivo e nella visione delle cose di chi, fra noi, voleva davvero fare qualcosa contro la mafia”. A presentarglielo fu Mario Mori e da lì partì una collaborazione destinata ad interrompersi solo con la strage di Capaci, il 23 maggio del 1992.

Quel drammatico sabato a Palermo

Nel libro “La verità sul dossier Mafia-Appalti” scritto a quattro mani con il generale Mario Mori, Giuseppe De Donno, congedatosi dall’Arma con il grado di colonnello, ricorda Giovanni Falcone, dalla prima missione in Spagna in un’operazione contro il narcotraffico internazionale fino a quel drammatico sabato a Palermo. “Era un tardo sabato pomeriggio come tanti. Le lancette del mio Casio – racconta – segnavano le sei e venti, più o meno. Ero sceso a Palermo due giorni prima per esigenze d’ufficio: quando Falcone mi aveva telefonato per chiedermi se sarei tornato con lui (viaggiavamo spesso insieme su quella tratta) gli avevo detto che ero già a Palermo e che ci saremmo visti lì”. Ad avvertirlo di quanto accaduto a Capaci quel pomeriggio del 23 maggio 1992 una telefonata: “Capitano, ci sono delle telefonate da parte di cittadini che segnalano un’esplosione in autostrada”, riferiva uno dei suoi carabinieri. “Un incidente? No, un’esplosione”. Pochi minuti e arrivava la conferma: “Attentato all’altezza dello svincolo di Capaci. Non si sa ancora se un’autobomba o che cosa”. De Donno avvertiva Mori mentre le notizie si facevano più dettagliate: “C’è stato un grande boato verso l’aeroporto, è saltata mezzo autostrada”. Si precipitava sul posto, tagliando il traffico, saltando i semafori rossi, a sirene spiegate, fino alla telefonata più brutta della sua vita: “E’ Falcone”. Gli gelava il sangue ma il peggio doveva ancora arrivare. “In autostrada è un caos e si è formata un gran coda” racconta De Donno. Arrivati sul luogo dell’attentato assiste a una scena dell’apocalisse: “Il fondo stradale è coperto di terriccio, pochi passi ancora e l’asfalto non c’è più. Poi vedo il cratere che l’esplosione ha creato, raggiungo la macchina di Falcone. Ha il muso distrutto, come se fosse andata a sbattere contro un muro. Un’auto della scorta è finita in un campo incolto, oltre il guardrail, polverizzata, l’altra si è fermata dietro, quasi intatta”.

Falcone in ospedale e lo sguardo di Borsellino

Falcone e la moglie sono ancora vivi, trasportati al Policlinico. De Donno raggiunge l’ospedale per saperne di più: “Non vogliono farmi entrare in corsia, mi altero, non riescono a impedirmelo. Mi precipito dentro, capisco che stanno cercando di rianimarlo. Mi avvicino quanto posso e lo vedo. Gli stanno facendo il massaggio cardiaco, con urgenza, con vigore, con disperazione. Non ha ferite esterni evidenti…”. Nella stanza c’è anche Borsellino. “Falcone gli sta morendo tra le braccia. Mi vede, i suoi occhi incrociano i miei ma non ho la forza di reggere il suo sguardo perso, rassegnato. Pochi minuti dopo, libero il colonnello Mori dall’incertezza. Il Motorola è quasi scarico ma l’ultima chiamata della giornata è per lui: “E’ morto”.

L’ultima telefonata con Falcone

De Donno ripensa all’ultima telefonata con Falcone. Pensa che su quella macchina avrebbe potuto esserci anche lui se solo non fosse tornato prima in Sicilia. “Nella nostra ultima telefonata, con il sorriso nella voce, Falcone mi ha detto che nel fine settimana voleva andare alla tonnare di Favignana. Che potessero ucciderlo solo poche ore dopo, che avessero già preparato tutto, che quella fine tante volte evocata e sempre rimandata sarebbe arrivata era l’ultimo dei suoi pensieri, anche se l’omicidio di Salvo Lima, nel mese di marzo, ha in qualche modo sparigliato le carte”. Quel terribile 23 maggio 1992 si conclude con la morte di Francesca Morvillo, la moglie di Falcone. In auto, al suo fianco, c’era anche lei. Morta al Policlinico dove era giunta insieme al marito agonizzante. De Donno riaccende il Motorola e sente la madre, terrorizzata: “Era convinta che io fossi sulla macchina, che fossi al fianco di Falcone, come accadeva spesso, troppo spesso, secondo lei…”.

FOTO: Il giovane colonnello De Donno insieme al giudice Falcone

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