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Truffa al “Pugliese” di Catanzaro: medico, infermieri e imprenditore non rispondono al gip

Nell'interrogatorio di garanzia i quattro indagati, assistiti dai loro avvocati, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i quattro principali indagati finiti nel calderone dell’inchiesta sulla presunta associazione a delinquere finalizzata al peculato e alla truffa ai danni dello Stato che nei giorni scorsi ha portato il gip del Tribunale di Catanzaro Sara Mazzotta a disporre la sospensione dal servizio per il dirigente medico del reparto di Oculistica del “Pugliese-Ciaccio” Marco Scicchitano e dei due infermieri Annarita Procopio e Riccardo Sperlì, oltre al divieto temporaneo di esercitare l’attività per l’imprenditore cosentino Maurizio Gigliotti.

Assistiti dagli avvocati Teresa Matacera, Vittorio Ranieri, Antonietta Iorfida e Francesco Iacopino, i quattro indagati hanno preferito rimanere in silenzio nell’interrogatorio di garanzia dinnanzi al gip che ha applicato nei loro confronti le misure interdittive chieste dal pm Domenico Assumma. I provvedimenti, emessi su richiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro, scaturiscono dalla complessa attività di indagine svolta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria/Gruppo Tutela Spesa Pubblica della Guardia di Finanza e dal NAS dei Carabinieri di Catanzaro. Le complesse indagini (che si sono articolate in attività di intercettazione e di perquisizioni) hanno consentito di delineare – nella fase delle indagini preliminari – la gravità indiziaria circa la sussistenza di un’associazione per delinquere e di plurimi episodi di peculato di dispositivi medici vari e farmaci perpetrati da un sanitario e da due infermieri in servizio presso l’Unità Operativa “Oculistica” dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Renato Dulbecco” di Catanzaro (ex A.O. “Pugliese – Ciaccio”), in concorso con l’imprenditore cosentino operante nel settore medicale.

Le ipotesi accusatorie

Sulla base della ritenuta gravità indiziaria, il medico avrebbe omesso di versare all’azienda ospedaliera parte dei compensi ritratti dallo svolgimento di attività professionale in regime di intramoenia allargata (relativi cioè alle visite mediche svolte presso il proprio studio privato per conto dell’Azienda ospedaliera); inoltre, con la collaborazione dei due infermieri (legati all’Azienda Ospedaliera da rapporto di lavoro esclusivo), avrebbe eseguito interventi chirurgici privatamente, pur in assenza di specifica autorizzazione sanitaria, impiegando materiale sanitario sottratto all’Azienda ospedaliera, che veniva in tal modo autoriciclato, e si sarebbe avvalso di false fatture emesse dall’imprenditore di fiducia per giustificare la disponibilità di dispositivi e materiale sanitari sottratti all’azienda ospedaliera.

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