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Tutti i bizantinismi tipici della tradizione ‘ndranghetistica

di Vincenzo Imperitura

IL PROFESSORE, IL SOPRAVVISUTO E IL VALZER DELLE MEZZE FRASI

Ci sono tutti i bizantinismi tipici della tradizione ‘ndranghetistica, nelle carte sui 13 arresti che hanno colpito la Locale di San Giorgio Morgeto e il clan Facchineri di Cittanova, che sul piccolo centro sul versante tirrenico d’Aspromonte esercitava una parte del suo potere. Nell’assurdo “gioco” delle mezze parole che nascondono grandi verità e dei gesti concilianti dietro cui si acquattano minacce più che esplicite, l’omicidio di Salvatore Raso – ammazzato nel 2011 senza risparmio di dettagli splatter e con inevitabile colpo di grazia alla nuca – e tutto quello che a questo segue, diventa paradigma esemplare delle regole che contraddistinguono il mondo al rovescio dei clan. Un codice accettato e compreso dai vertici delle cosche così come da quegli elementi che si trovano ai gradini più bassi della piramide del potere mafioso e che si gioca sempre sull’orlo del baratro: un gioco dove anche il dolore diviene strumento per veicolare messaggi.

L’INVITO DEL BOSS E LA TELEFONATA DI CONDOGLIANZE

«Pronto buonasera, c’è Michelino?… ho chiamato per fare le condoglianze… per vostro zio insomma. Sono Giuseppe Facchineri, Giuseppe di Bologna». L’autore della telefonata di condoglianze a casa dei parenti del morto ammazzato a San Giogio Morgeto, è conosciuto come Giuseppe “il professore”: gli inquirenti lo considerano come figura apicale del clan dei Facchineri di Cittanova e anche da lui, sostengono alla Dda, sarebbe partito l’ordine di fuoco per la spedizione di morte. Raso è caduto da meno di 48 ore e il boss calabrese trapiantato in Emilia non ha perso tempo a fare sentire la sua “vicinanza” ai familiari della vittima. Poi, storia di un paio di mesi dopo, è sempre il professore a chiamare il fratello di Salvatore Raso, Michele. L’ambasciata che arriva dal boss tramite una serie di parenti che fanno da intermediari è categorica, Raso deve presentarsi per ricevere le condoglianze. L’uomo sa benissimo quali insidie possa nascondere una tale convocazione, ma sa anche che le regole sono quelle e, come in un libro di Camilleri, le pedine del gioco sono comunque destinate a incastrarsi tra loro. E quindi, pur se munito di giubbotto antiproiettile e (presumibilmente) di una pistola, Raso risponde alla chiamata. «Fino all’ultimo ho creduto in un’amicizia onesta del “professore” – racconta Michele Raso ai carabinieri di Taurianova nei giorni che seguono l’agguato al fratello – e soltanto dopo l’incontro mi è venuto il dubbio, dalle domande che mi ha fatto e dalle modalità dell’incontro, che lui fosse coinvolto”.

Si dice una cosa e se ne significa un’altra: uno stillicidio di segnali e consuetudini saldi come la roccia e che altro non sono che una rivisitazione del classico gioco del gatto col topo. L’incontro tra “il professore” Facchineri e Raso infatti avviene nel parcheggio di un cimitero. Un luogo isolato dove parlare in tranquillità, certo, ma anche una metafora chiarissima di qual è la posta in gioco. E se il luogo, di suo, non bastasse a incutere timore al destinatario del messaggio, “il professore” sul tavolo ci mette anche il carico da 11. Se infatti, almeno ufficialmente durante l’incontro, Facchineri si propone addirittura di dare una mano per la ricerca del colpevole dell’agguato, nel mondo al contrario in cui questi personaggi si muovono, l’offerta d’aiuto nasconde il desiderio di sapere se il fratello sopravvissuto covi verso killer e mandanti, propositi di vendetta. Propositi che chiamerebbero altro sangue e che è lo stesso Raso a negare al presunto boss: perché mammasantissima o gregario, se ti muovi in quel mondo devi saperne riconoscere le regole, seppur così contorte. Un capolavoro di bizantinismo da cui, se ne avesse avuto il tempo, forse, Camilleri ci avrebbe tirato fuori l’ennesimo capolavoro.

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