LA SENTENZA

Uccisa con 28 coltellate e gettata tra gli scogli a Pietragrande, l’ex amante condannato a 25 anni

Esclusi i futili motivi e concesse le generiche equivalenti alla premeditazione all'imputato accusato di omicidio e occultamento di cadavere

Niente ergastolo per Sergio Giana, residente a Badolato, l’assassino reo confesso della sua ex amante, Loredana Scalone, 51enne, originaria di Girifalco e residente a Stalettì, uccisa il 23 novembre 2020 alla Scogliera di Pietragrande, nel Catanzarese. Per quel delitto efferato, premeditato, compiuto con una crudeltà inaudita, infliggendole ventotto coltellate, dopo aver consumato con lei un rapporto sessuale, la Corte di assise di Catanzaro, presieduta da Francesca Garofalo, a latere Piero Agosteo, ha sentenziato 25 anni di reclusione, mentre il pm Anna Chiara Reale in aula, aveva invocato il carcere a vita per l’imputato accusato di omicidio aggravato e occultamento di cadavere, richiesta alla quale si era associato il difensore di parte civile Arturo Bova. I giudici hanno escluso i motivi abietti e futili, concedendo all’imputato, difeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Vincenzo Maiolo Staiano (con la collaborazione di Marta Staiano), le generiche equivalenti alla premeditazione.

Delitto premeditato

Delitto premeditato

Secondo le ipotesi di accusa, Sergio Giana aveva concordato con Loredana Scalone, a cui era stato legato da una relazione affettiva, un appuntamento al quale si sarebbe già presentato munito di un coltello da cucina con una lama di 11 centimetri, ritrovato poi sul luogo del delitto e corrispondente al set di posate sequestrate nell’abitazione dell’imputato. L’aveva accompagnata nella casa di due coniugi a Caminia, dove la vittima svolgeva le mansioni di collaboratrice domestica, attendendo che la donna terminasse la sua giornata lavorativa per poi recarsi con lei alla Scogliera di Pietragrande.

Il rapporto sessuale e le fasi agghiaccianti del delitto

Dopo aver consumato un rapporto sessuale, l’uomo le avrebbe inflitto ventotto coltellate sul collo, in testa, sul torace e sul dorso, tentando di strangolarla. Poi l’avrebbe sbattuta, verosimilmente, contro gli spuntoni di roccia delle pareti della scogliera, una serie di colpi, che non hanno lasciato via di scampo alla 52enne: Loredana è morta per insufficienza respiratoria acuta con shock emorragico, lacerazioni polmonari e fratture. Nel corso dell’interrogatorio del 24 novembre di tre anni fa è stato lo stesso Giona a ricostruire con lucidità la dinamica dell’omicidio, spiegando che dopo averla ammazzata con una violenza inaudita, ha gettato il corpo tra gli scogli, buttando a mare l’arma del delitto, lavandosi le mani nell’acqua, per poi recarsi nell’abitazione della madre per farsi una doccia e lavare i vestiti, per poi gettarli in un successivo momento in mare insieme al cellulare. 

Due volte sulla scena del crimine per cancellare le tracce

Giona  avrebbe nascosto il corpo di Loredana in un’insenatura tra gli scogli a ridosso della Baia di Pietragrande e sarebbe tornato il giorno dopo per ben due volte sulla scena del crimine per pulire le tracce di sangue con la candeggina e cospargerne il corpo con una sostanza melmosa, probabilmente con del cemento per non renderlo visibile e garantirsi l’impunità.

Gli esiti della perizia 

Nel corso del dibattimento, la Corte di Assise ha chiesto una relazione medico legale redatta dal professore Pietrantonio Ricci, che si è avvalso anche della perizia della psicoterapeuta Antonella Spacca, specialista in psicologia clinica per approfondire la capacità dell’imputato di partecipare coscientemente al processo e il cui esito ha tolto qualsiasi ombra: “Giana sapeva quello che faceva al momento dell’omicidio, che ha tutte le caratteristiche del delitto a sfondo passionale. L’imputato era capace di intendere e di volere, così come oggi è nella piena capacità di partecipare coscientemente al processo, non essendo affetto da patologie psichiatriche tali da influire negativamente sulla sua capacità di giudizio”.

 “Giana sapeva quello che faceva”

Un quadro psicologico, quello di Giana caratterizzato da un comportamento ben strutturato nei tempi e nei modi di esecuzione. “Giana il 23 novembre 2020 non manifestava alcuna infermità di tipo psichico e quindi non venivano inficiate le funzioni dell’io, aveva piena conoscenza delle sue azioni, tanto da rendersi conto di dover prendere dei provvedimenti in seguito all’evento delittuoso. In altri termini, i disturbi di natura psichiatrica presenti nella storia clinica dell’imputato non sono tali da poter raggiungere quella soglia di malattia medico- legale sufficiente per dimostrare l’assoluta o parziale incapacità di intendere e di volere al momento del delitto che deve inquadrarsi nella tipologia degli omicidi a sfondo passionale”. 

“Ha deciso di porre fine a quella relazione ammazzandola”

In base alle risultanze della relazione “è possibile ritenere che Giana, persona di limitate capacità intellettuali e di modesta cultura, abbia avuto un’eccessiva fiducia nelle proprie possibilità e abbia sopravvalutato se stesso rispetto alla capacità di gestire la sua relazione sentimentale caratterizzata da un elevato sfondo sessuale, giungendo ad una rottura emotiva che non gli ha permesso di gestire in maniera adeguata l’interruzione di questa relazione, decidendo di porvi fine in maniera definitiva e violenta ricorrendo all’omicidio”. 

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