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“Ucciso per uno schiaffo al boss”, i retroscena dell’omicidio Polito svelati dai pentiti vibonesi

di Mimmo Famularo – Nelle provincia Far west d’Italia, quella di Vibo Valentia, si uccide anche per uno schiaffo dato in faccia a un giovane aspirante boss. E’ stato giustiziato per questo motivo, in pieno centro abitato a San Gregorio d’Ippona, con cinque colpi di pistola calibro 7,65 sparati davanti agli occhi del figlio di sei anni, Carmelo Polito. Era il pomeriggio dell’uno marzo 2011 e le scene di quell’agguato sono state immortalate dalle telecamere di videosorveglianza installate in una vicina officina meccanica del piccolo centro alle porte di Vibo. La vittima tiene per mano il bimbo (scampato per miracolo all’agguato) mentre due persone incappucciate lo avvicinano sul Corso Italia e gli sparano alle spalle. Secondo l’accusa uno dei due killer è  Francesco Pannace, 34 anni di San Gregorio d’Ippona, già detenuto perché coinvolto in un altro efferato omicidio, quello di Giuseppe Prostamo. Ritenuto a sua volta elemento del clan Fiarè di San Gregorio d’Ippona, Pannace è già imputato con rito abbreviato dinanzi al gup distrettuale di Catanzaro e nei suoi confronti  i sostituti procuratori Andrea Mancuso per la Dda di Catanzaro e Ciro Luca Lotoro per la Procura di Vibo hanno chiesto l’ergastolo.

I nomi dei tre nuovi indagati e il movente

Per l’omicidio Polito sono adesso ufficialmente indagate altre tre persone. Si tratta di Rosario Fiorillo, 32 anni, alias “Pulcino”, considerato uno dei capi del gruppo dei “Piscopisani” e accusato di essere l’ideatore e il promotore dell’agguato; Rosario Fiarè, 73 anni, ritenuto invece il boss dell’omonima cosca di San Gregorio d’Ippona che – secondo la Dda – avrebbe invece accolto la richiesta di Fiorillo dando l’ordine per l’esecuzione del delitto; e Giuseppe Pannace, 30 anni anche lui di San Gregorio d’Ippona, che insieme al cugino Francesco Pannace, è considerato l’esecutore materiale. Per Rosario Fiorillo e Giuseppe Pannace il gip ha applicato la custodia cautelare in carcere mentre è stata rigettata la richiesta per Rosario Fiarè che resta quindi indagato senza alcuna misura. Gli inquirenti contestano ai presunti mandanti ed esecutori materiali del delitto l’aggravante della premeditazione e anche dei motivi futili e abietti. Ma perché Polito è stato ucciso? La vittima era considerata persona aggressiva e prepotente “solita ad andare in giro a chiedere soldi o a prendersi le cose senza pagare il prezzo”. Annoverava diversi precedenti penali per furto, rapina, omicidio e tentato omicidio. Un atteggiamento che avrebbe creato malcontento tra gli abitanti del paese che vivevano con il terrore. Tra l’altro Polito era appena uscito dal carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto dove era stato detenuto. Gli inquirenti non hanno dubbi sul movente dell’agguato: vendicare con il sangue uno schiaffo inferto da Polito a Fiorillo in carcere. Un particolare raccontato da diversi pentiti e, in particolare, da Raffaele Moscato, ex killer dei Piscopisani, e Andrea Mantella, ex boss scissionista alleato del gruppo criminale di Piscopio.

Il pentito Bono e quel “ragazzo di San Gregorio”

Le indagini, condotte sul campo dai militari del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Vibo, si sono avvalse infatti pure delle preziose dichiarazioni fornite da alcuni collaboratori di giustizia: da Daniele Bono fino a Bartolomeo Arena passando per i pentiti “storici” Raffaele Moscato e Andrea Mantella. Bono ha riferito agli inquirenti che Francesco Pannace era rimasto coinvolto in una compravendita di armi con “tale Stambè Michele nel maggio del 2011”. Un’informazione acquisita in occasione di un incontro proprio con quest’ultimo per l’acquisto di una pistola venduta “a un ragazzo di San Gregorio in cambio di quattro fucili”. Bono rappresenta agli inquirenti le preoccupazioni di Stambè dopo la vendita dell’arma. “Si era mostrato preoccupato poiché il ragazzo di San Gregorio era stato tratto in arresto e, attraverso la visione di una fotografia pubblicata su un giornale, lo stesso aveva dedotto che il soggetto in questione era Pannace Francesco”.

“C’intramu, però…”. Le rivelazioni di Moscato

Raffaele Moscato

Più dettagliate risultano le dichiarazioni di Raffaele Moscato che nei verbale del 24 marzo e in quello del 15 aprile del 2015 individua il movente dell’omicidio Polito: “Un paio di buffetti” sulla guancia di Rosario Fiorillo, alias “Pulcino”, indicato come il mandante del delitto. L’intenzione di uccidere Polito risaliva ai tempi della comune detenzione della vittima con Rosario Fiorillo e Rosario Battaglia, altro esponente di spicco dei “Piscopisani”. Il giorno dopo l’omicidio Moscato si trovava a casa proprio di Battaglia al quale chiese se nella vicenda fosse coinvolto il loro gruppo criminale: “C’intramu, però…” fu la risposta di Battaglia a precisare – secondo la lettura del pentito – che per quanto era a sua conoscenza “i Piscopisani non erano stati gli esecutori materiali”. Secondo il collaboratore di giustizia quelli di San Gregorio non potevano però dire di no a Fiorillo e Battaglia “perché avanzavano dei favori, in quanto, negli anni precedenti Fiorillo Rosario e Fiorillo Michele avevano ucciso delle persone per conto loro”.

La previsione di Mantella: “Questo non campa più di tanto”

Andrea Mantella

Sulla stessa linea dell’ex killer dei Piscopisani si collocano le dichiarazioni fornite dall’ex boss scissionista oggi collaboratore di giustizia Andrea Mantella che parla dell’omicidio Polito in due distinti verbali datati maggio e giugno 2016. Il pentito apprende i dettagli dal suo braccio destro, Francesco Scrugli che proprio un anno dopo sarebbe stato vittima di un agguato di ‘ndrangheta a Vibo Marina. “Mi disse che è stato ‘Pulcino’ poiché Carmelo Polito gli diede uno schiaffo credo nel carcere di Cosenza”. Mantella sapeva della vicenda dello schiaffo tanto da pensare: “Questo (Polito ndr) non campa più di tanto”. Il pentito parla di Fiorillo come un killer sanguinario e aggiunge: “Quando io ero Andrea Mantella diciamo che ero che facevo parte della ‘ndrangheta se mi davano uno schiaffo doveva fare a tutti i costi che ti dovevo ammazzare sennò perdevo la faccia…”. Mantella chiama in causa poi chi comandava a San Gregorio d’Ippona dove Polito è stato ucciso. In particolare il gruppo Razionale-Gasparro perché Fiarè “con questi ragazzi” non tanto aveva rapporti: “Per ucciderlo a San Gregorio – dice – sicuramente gli hanno dato il beneplacito i referenti di San Gregorio altrimenti non lo facevano toccare”.

Le confidenze dell’amico d’infanzia a Bartolomeo Arena

Bartolomeo Arena

Più recenti ma preziosissime per completare il quadro accusatorio le dichiarazioni fornite da un quarto collaboratore di giustizia, Bartolomeo Arena, affiliato della ‘ndrina “Pardea-Ranisi” di Vibo, che conosceva Carmelo Polito per via della comune detenzione. Il giovane pentito rivela le confidenza che sulla vicenda gli aveva fatto il suo “amico d’infanzia” Francesco Antonio Pardea che sarebbe stato in stretti rapporti con le articolazioni criminali di San Gregorio: “Il mandante è Rosario Fiarè il quale, a sua volta, aveva inviato i cugini Pannace a eseguire il delitto. Ricordo che parlando con Pardea gli avevo rappresentato  come, a mio avviso, l’attentato alla vita del Polito fosse stata una azione eccessiva, in quanto quest’ultimo aveva problemi mentali e, inoltre, al momento dell’omicidio, si trovava insieme al figlio piccolo. Ricordo, inoltre, che, tra le causali di questo delitto, vi era una vicenda relativa ad uno schiaffo che Polito aveva dato ad un soggetto di elevato rilievo criminale, molto vicino a Fiarè Rosario. Anche di tale ultima circostanza venivo messo al corrente dal predetto Pardea”. Bartolomeo Arena si sofferma poi sui cugini Pannace, accusandoli di essere gli esecutori materiali del delitto. “Erano vicinissimi a Fiarè Rosario ed eseguivano tutti gli ordini che quello gli impartiva”. Francesco Pannace viene indicato come l’autista dell’anziano boss di San Gregorio mentre Giuseppe viene inquadrato come “l’armiere” del gruppo criminale. “I Fiarè – rivela Arena – sostengono le spese legali e familiari del Pannace che si trova detenuto a causa degli omicidi. Ciò anche per evitare che quest’ultimo possa iniziare a collaborare con la giustizia”.

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