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Via “Antonio Broussard, medaglia d’oro”, calabresissimo “soldato scelto” ricordato a Catanzaro

Il cognome sembra francese ma egli era italianissimo, meglio: calabresissimo. E' infatti nato a Mongiana

A Catanzaro c’è la via “Antonio Broussard, medaglia d’oro”. Il suo nome è presente nell’albo del Gruppo MOVM-gruppo delle medaglie d’oro al valor militare d’Italia (Ente Morale R.D. 16 settembre 1927 n. 1858). Il cognome sembra francese ma egli era italianissimo, meglio: calabresissimo. Infatti il Nostro nacque a Mongiana, tra le montagne delle Serre, il 1920.

Venne chiamato alle armi il 16 marzo 1940 e, dopo un periodo di addestramento presso il Deposito del 49° Reggimento fanteria “Parma” con sede a Macerata, cui era stato destinato, raggiunse nel settembre successivo il reggimento mobilitato allora dislocato in Albania che fu invasa dall’Italia il 7 aprile 1939. L’esercito italiano sbarcò sulle coste albanesi con migliaia di soldati dopo giorni confusi di tensioni e ultimatum; infatti, Benito Mussolini aveva ordinato l’occupazione dell’Albania, territorio adriatico che considerava strategico. L’invasione fu il risultato di anni di pressioni e di lavoro diplomatico, e fu una specie di passeggiata per l’esercito italiano, straordinariamente più numeroso ed equipaggiato di quello albanese. Nelle stesse ore il re albanese Zog I fuggiva con la famiglia in Grecia, dopo aver fallito nel tentativo di impedire l’annessione italiana. Era l’inizio di una occupazione che sarebbe stata meno ricordata di altre, ma che causò anni di violenza e sofferenza in Albania. Sarebbe finita con la conclusione della Seconda guerra mondiale e avrebbe causato quasi 30mila morti, decine di migliaia di persone deportate nei campi di concentramento, centinaia di villaggi distrutti. Ma ci furono gravi conseguenze anche sui già precari equilibri etnici di una regione, i Balcani, che una cinquantina di anni dopo avrebbe fatto i conti con le tensioni e le ferite aperte di un tessuto demografico profondamente instabile.

Venne chiamato alle armi il 16 marzo 1940 e, dopo un periodo di addestramento presso il Deposito del 49° Reggimento fanteria “Parma” con sede a Macerata, cui era stato destinato, raggiunse nel settembre successivo il reggimento mobilitato allora dislocato in Albania che fu invasa dall’Italia il 7 aprile 1939. L’esercito italiano sbarcò sulle coste albanesi con migliaia di soldati dopo giorni confusi di tensioni e ultimatum; infatti, Benito Mussolini aveva ordinato l’occupazione dell’Albania, territorio adriatico che considerava strategico. L’invasione fu il risultato di anni di pressioni e di lavoro diplomatico, e fu una specie di passeggiata per l’esercito italiano, straordinariamente più numeroso ed equipaggiato di quello albanese. Nelle stesse ore il re albanese Zog I fuggiva con la famiglia in Grecia, dopo aver fallito nel tentativo di impedire l’annessione italiana. Era l’inizio di una occupazione che sarebbe stata meno ricordata di altre, ma che causò anni di violenza e sofferenza in Albania. Sarebbe finita con la conclusione della Seconda guerra mondiale e avrebbe causato quasi 30mila morti, decine di migliaia di persone deportate nei campi di concentramento, centinaia di villaggi distrutti. Ma ci furono gravi conseguenze anche sui già precari equilibri etnici di una regione, i Balcani, che una cinquantina di anni dopo avrebbe fatto i conti con le tensioni e le ferite aperte di un tessuto demografico profondamente instabile.

Nominato soldato scelto, Antonio Broussard, venne assegnato al plotone collegamenti della compagnia comando del I battaglione in qualità di porta ordini. Nel generoso tentativo di proteggere il proprio ufficiale ferito fu, a sua volta, ferito mortalmente il 18 novembre 1940, morendo, tre giorni dopo, nell’Ospedale di Tirana. Broussard fu decorato con questa motivazione: “Soldato scelto (Fanteria, 49° reggimento fanteria). In più giorni di aspri combattimenti contro nemico soverchiante, dava costante prova di ardimento e di sprezzo del pericolo, offrendo superbo esempio di cosciente valore. Primo nelle più rischiose imprese, volontario nelle più ardite azioni, in un momento particolarmente critico della lotta, animato da indomita volontà di vittoria si lanciava, in testa al proprio reparto, contro l’imbaldanzito avversario, che già aveva posto piede sulla linea e lo affrontava audacemente, incalzandolo con irresistibile lancio di bombe a mano fino a costringerlo a ripiegare. Ferito ad un braccio ed accortosi che il proprio ufficiale, anch’egli ferito, correva rischio di essere nuovamente colpito, con virile decisione e superbo gesto di altruismo, faceva scudo del suo petto contro il nemico. Una raffica di mitragliatrice fulminava in un unico abbraccio il capo ed il gregario. Varco di Kapestika (Fronte greco), 28 ottobre -18 novembre 1940. Alla memoria”.

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