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Viaggio tra le “incompiute” di Vibo, i pescatori del porto: “Da decenni sentiamo sempre le stesse cose”

“Sono oltre 40 anni che sentiamo le stesse parole, gli stessi slogan, le stesse promesse, ma di fatti concreti praticamente nulla. E il porto continua ad essere solo una infrastruttura fine a se stessa”. Il pensiero esposto è quello di chi opera da una vita nello scalo di Vibo Marina: Adriano Gambardella, pescatore di lungo corso che ha ereditato la tradizione di famiglia trasmettendola al figlio Alessandro, e Mino De Pinto, imprenditore locale e rappresentante degli ormeggiatori. Evidenziano come l’importanza e la funzionalità del porto siano andate col passare degli anni sempre più regredendo, riflettendosi sullo sviluppo non solo del comparto industriale – che ha visto chiudere un elevato numero di aziende – ma anche peschereccio nonché dell’indotto in particolare dei vari operatori commerciali di terra. “Io, e mio padre prima di me – ha aggiunto De Pinto – abbiamo sentito parlare di progetti, anche faraonici, che puntualmente sono rimasti solo su carta e forse neanche. Abbiamo assistito a frequenti parate di politici – l’ultima proprio la settimana scorsa – fine e loro stesse senza che mai vi fosse una reale intenzione di fare qualcosa di concreto”. Concreto potrebbe essere il Piano regolatore del porto: “E dov’è?”, domanda ancora De Pinto, che aggiunge sarcastico: “Magari anche questo si trova in qualche cassetto e qualcuno ha dimenticato quale sia”. E i 18 milioni? “Ben vengano ma concretamente adesso dove sono? Ancora fermi alla Regione. Dopo la vicenda dell’Iban stiamo assistendo ad una nuova surreale vicenda. E intanto il tempo passa”.

La risacca e i disagi dei pescatori

A fornire una descrizione pratica del problema sono Adriano e Alessandro Gambardella che fanno riferimento alla risacca, fenomeno che finisce col creare non pochi disagi ai pescatori e a chi, in generale, ha una barca ormeggiata, eppure basterebbe poco per eliminarlo: “La risacca porta le imbarcazioni a scontrarsi per via del moto ondoso che in non poche occasioni può essere anche sostenuto. I danni per le sesse possono essere rilevanti. E questo è dovuto alla collocazione dell’entrata dello scalo”. Come lo si può risolvere? Per i Gambardella (e non solo loro), in un solo modo: “Realizzando una diga foranea di 50-100 metri di lunghezza che prolunghi il molo verde. In questo modo si eviterà che la corrente, che arriva in via diretta nello specchio d’acqua, finisca con l’“investire” le imbarcazioni. Ma non solo: ciò comporterà la possibilità di eseguire lavori sui fondali ed eliminare i rischi di insabbiamento come quello che si è verificato sempre accanto al faro verde”. E, in effetti, quello che prima era un tratto di 11 metri di profondità da un paio d’anni si è trasformato in una spiaggetta.

Gli effetti dell’erosione

Effetti dell’erosione che si riflettono anche sull’attracco delle grandi navi mercantili. La presenza dei 18 milioni di euro porterà alla riqualificazione delle varie banchine e questo è un aspetto positivo: il problema sorge nel momento in cui lo spazio per le motonavi dei pescatori si ridurrà costringendoli a stare praticamente gli uni sopra gli altri: “Ecco perché la costruzione di una diga foranea è indispensabile”: essa potrà creare nuovi attracchi anche al di fuori del perimetro del porto, in direzione della zona della spiaggia del Lido Proserpina, in quanto, in quel caso, sarebbero coperti dalla presenza del nuovo “braccio”.
Anche Adriano e Alessandro Gambardella sono però scettici sulla realizzazione di tali opere: “Credo che i figli dei miei figli si troveranno a sentire le stesse parole che ho udito io, mio padre, i miei zii, perché non c’è mai realmente stata la volontà di investire su questa infrastruttura che fino alla nascita del porto di Gioia Tauro era la più grande tra Messina e Salerno, punto di snodo non solo industriale ma anche turistico-commerciale”. Già il turismo, anche questo rimasto potenzialmente sulla carta: “I viaggiatori – aggiunge De Pinto – vengono sbarcati al molo rosso e per arrivare in città devono percorrere oltre un km a piedi, sotto il sole o la pioggia. Eppure la banchina realizzata negli ultimi anni nel piazzale della capitaneria di porto era la destinazione ideale perché affaccia proprio sul centro abitato. Ma evidentemente a qualcuno piace complicare le cose. Poi però non bisogna lamentarsi se altre realtà vanno avanti e questa resta ferma al palo”. (CONTINUA) (f. p.)

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