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Vite al tempo del Coronavirus: studiare, lavorare e allenarsi in mare

di Antonia Opipari – Si stava meglio quando si stava peggio, in un certo senso. Lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle.

Ma guardiamo il lato positivo della cosa: un giorno potremo raccontare ai nostri nipoti che quando in tutto il mondo è arrivato il Coronavirus e l’Italia è stata messa in quarantena, non si andava a scuola, chi poteva lavorava da casa, non ci si dava più la mano per salutarsi, per strada c’era  il deserto, chi era obbligato a uscire lo faceva indossando una mascherina e sui social c’erano tanti deficienti che scrivevano cretinate per passare il tempo e far aumentare il panico. Anzi no, gli diremo che in realtà non abbiamo avuto paura… forse solo un po’ all’inizio… ma è normale.

Insomma, quando presto tutto questo sarà finito potremo finalmente tornare ad affollare le piazze, sederci ai tavoli dei ristoranti, abbracciarci più forte di prima e più sinceramente, perché nel frattempo avremo capito il vero valore di una stretta. Quando torneremo ai ritmi di sempre lo faremo avendo sperimentato attività di cui probabilmente abbiamo sempre sentito parlare ma che non ci servivano, come lo smart working, la didattica a distanza e la sana e vecchia arte dell’arrangiarsi da soli, ormai da tempo passata di moda.

Le attività sono sempre le stesse, come lavorare e studiare, solo concepite con un’altra modalità. Se prima della pandemia c’era la scuola, in queste settimane si sta sperimentando la didattica a distanza: «Qualcosa che avevamo messo in piedi già due anni fa» spiega Giuseppe Candido, docente di matematica e scienze presso la scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo di Sellia Marina (Cz). Come animatore digitale, il professor Candido spiega che «è da un po’ di tempo che nella nostra scuola si parla di didattica a distanza ed insegnamento capovolto, come proposto dal Movimento per le avanguardie educative a cui l’IC selliese ha aderito: lo studente studia a casa autonomamente la lezione che gli viene assegnata, coadiuvato dai vari supporti digitali e non; l’indomani viene a scuola e secondo un modello d’insegnamento detto “di sfida” viene messo in condizione di applicare quanto ha imparato da solo. In pratica fa i compiti a scuola e non a casa». Nella realtà dei fatti però, mettere in piedi tutto questo in quattro e quattr’otto, nonostante gli insegnanti non si trovassero del tutto impreparati, non è proprio semplice. Ma a loro è venuto in aiuto Google Suite for Education, una piattaforma che permette di creare delle classi virtuali per l’approfondimento e-learning e promuovere il diritto allo studio degli alunni in questa fase emergenziale. «Per ora la stiamo utilizzando abbastanza e anche molto bene, collegandoci quasi quotidianamente con i nostri alunni che, stiamo registrando man mano. Per tutto il resto c’è il registro elettronico. Per cui bambini e ragazzi vengono seguiti in tutto e per tutto. Alla fine di quest’emergenza saremo riusciti a rendere Suite operativo per tutti i 700 studenti circa dell’IC di Sellia Marina» ha concluso il professore.

Altro modus vivendi è cambiato in ambito lavorativo e si chiama smart working: lavorare da casa, da pc. Non è una cosa praticabile per tutti, ovviamente, ma ci sono molte società del catanzarese, come quella in cui lavora Lorenzo e che fornisce software per le aziende, che hanno preferito dotare i dipendenti di computer e telefonini per non farli muovere dalle proprie abitazioni. «Timbriamo regolarmente il cartellino tramite un applicazione e poi ci mettiamo al lavoro come se fossimo in ufficio – racconta Lorenzo -. Certo per chi ha figli piccoli a casa come me non è il massimo (ride!), ma ci sta. E poi con la vpn è come trovarsi fisicamente in azienda» E le riunioni? «Si fanno in videoconferenza con Google Meet».

C’è poi chi ha fatto di necessità virtù come Nicla, trentenne casalinga madre di due bambine che, pur di non uscire fa il pane a casa: «Quando si parlò la prima volta di quarantena, venti giorni fa, mio marito mi comprò 25kg di farina… bèh, è stato previdente, mannaggia a lui, manco fossimo in guerra! Ormai ce l’ho e piuttosto che farla andare a male, faccio il pane e mi tengo impegnata io e le bambine» racconta divertita. Ma Nicla in questi giorni non sforna solo pane, anche dolci, pizze e crostate. Quando tutto questo sarà finito certamente aprirà un panificio!

E c’è chi non vuole smettere di allenarsi nemmeno in tempo di Coronavirus. E allora se la piscina è chiusa perché non andare a nuotare a mare?! È la storia di Leonardo, che di lavoro fa il poliziotto ed ha una grande passione per il nuoto. «Gareggio in piscina e acque libere con la Catanzaro Nuoto. Stamane mi sono svegliato presto, ho guardato fuori e l’acqua era molto, molto invitante. Mi sono detto: “la giornata lo permette” ho indossato la muta e via… in mare! All’inizio ho avuto un po’ freddo mano a mano il mio corpo si è abituato ed ho potuto nuotare per una quarantina di minuti. È stato bellissimo e vedevo i cefali che si spostavano a riva. Mi auguro che la temperatura salga ancora un po’ per poter ripetere l’esperienza. O anche no, mi sa che lo rifaccio lo stesso!».

Queste sono solo alcune delle storie di quotidianità stravolta dall’arrivo del virus. Tuttavia sono storie che ci fanno sperare e che ci raccontano di un popolo, quello calabrese, che sa anche reagire e non buttarsi giù. Perché è difficile, è vero ma ce la faremo.

© Riproduzione riservata.

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