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Omicidio Vangeli nel Vibonese, condannato a 30 anni il presunto assassino

di Gabriella Passariello- Condannato ma ad una pena di gran lunga inferiore rispetto al carcere a vita richiesto dalla Dda. La Corte di assise di Catanzaro, presieduta da Alessandro Bravin ha inflitto 30 anni ad Antonio Prostamo,  uno dei presunti assassini del 32enne di San Giovanni di Mileto, Francesco Vangeli, scomparso nella notte tra il 9 e il 10 ottobre del 2018 e il cui corpo non è ancora mai stato ritrovato. I giudici della Corte hanno ritenuto responsabile l’imputato per omicidio, soppressione di cadavere, l’incendio dell’auto, ma hanno riqualificato la violenza privata in minaccia, assolvendolo dalla detenzione illegale di armi e sentenziando il non luogo a procedere per le percosse. Cadono le aggravanti della mafiosità e della premeditazione, un omicidio di impeto quindi, un delitto passionale. Gli avvocati difensori, Giuseppe Grande e Sergio Rotundo, che in aula hanno chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso, attenderanno le motivazioni della sentenza per ricorrere in appello. Il fratello di Antonio Prostamo, Giuseppe, 36enne anche lui di San Giovanni di Mileto è stato già condannato in primo grado dal gup Gabriella Logozzo anche lui a 30 anni di reclusione al termine del processo celebrato con rito abbreviato (LEGGI QUI). 

Ingannato, ucciso e gettato nel fiume Mesima

Secondo l’accusa Francesco Vangeli sarebbe stato attirato in un tranello, ferito mortalmente con un colpo di fucile, chiuso in un sacco di plastica e ancora agonizzante gettato nel fiume Mesima. Ad uccidere Vangeli sarebbero stati i due fratelli di San Giovanni di Mileto che avrebbero agito in concorso con altre due persone ancora in fase di identificazione. I fatti si sarebbero consumati tra il pomeriggio e la sera del 9 ottobre 2018. Vangeli sarebbe stato attirato con un pretesto nella casa di Antonio e Giuseppe Prostamo ed è qui che il giovane di Filandari sarebbe stato ferito dal colpo di fucile, poi rinchiuso in un sacco nero di plastica e ancora moribondo trasportato a bordo della sua auto nei pressi del fiume Mesima dove – secondo la ricostruzione degli inquirenti – è stato poi gettato. I suoi presunti assassini avrebbero poi bruciato la macchina per cancellare ogni traccia. Secondo la Dda sarebbero stati tre i moventi del delitto, primo fra tutti quello a sfondo passionale, una ragazza contesa fra la vittima e Antonio Prostamo (fratello di Giuseppe processato con rito abbreviato), poi un debito di droga della vittima con i Prostamo e una pistola data dai fratelli Prostamo a Vangeli e non restituita da quest’ultimo.

Il ruolo dell’ex fidanzata

Tra gli imputati figura anche Alessia Pesce, la giovane donna contesa da Antonio Prostamo e Francesco Vangeli, inizialmente accusata di aver reso false dichiarazioni al pubblico ministero nel tentativo di depistare le indagini con l’aggravante della mafiosità, aggravante poi crollata, tant’ è che alla prima udienza davanti alla Corte, i giudici, hanno accolto la richiesta di incompetenza funzionale avanzata dal legale Tommaso Zavaglia, rispedendo gli atti al Tribunale di Vibo competente per territorio. Incompetenza funzionale estesa anche agli altri due imputati Alessio Porretta, 24 anni di Filandari, e Fausto Signoretta, 29 anni di Jonadi.

Tradito dagli amici

Un ruolo fondamentale in questa vicenda lo avrebbero ricoperto proprio i  due “amici” di Vangeli: Alessio Porretta e Fausto Signoretta, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso. Il primo avrebbe accompagnato la vittima a San Giovanni di Mileto a bordo della Ford Fiesta poi data alle fiamme. Secondo le indagini, prima di arrivare a destinazione, i due si sarebbero fermati a Nao (frazione di Ionadi) per informare Fausto Signoretta e chiedere di interessarsi alla vicenda per trovare una soluzione nei contrasti esistenti tra i Prostamo e Francesco Vangeli “anche in virtù – sottolineano gli inquirenti – della sua vicinanza ai Mancuso”. Una mediazione fallita perché – da quanto emerge dall’inchiesta- Signoretta veniva costretto in malo modo dai Prostamo ad allontanarsi dalla loro abitazione mentre Porretta sarebbe stato riaccompagnato a casa lasciando da solo al proprio destino  Vangeli.

Il rivale da eliminare

Antonio Prostamo avrebbe visto in Francesco Domenico Vangeli un rivale in amore da eliminare. Avrebbe voluto a tutti i costi costringere Vangeli a lasciare la sua fidanzata Alessia Pesce, insultandolo e minacciandolo di morte in una serie interminabile di messaggi whatsapp. Il primo risale al 21 luglio 2018: “Ah Francesco perdonami, ma è inutile negartelo te l’ha detto Alessia che vuole me, giustamente non so perché ha paura di dirtelo, magari ha paura che fai qualche cazzata, perciò meglio che ti abitui, lei è mia e per correttezza mia personale ti dico che esco, me la vengo a prendere e me la tengo, tu dovrai solo accettarlo se vorrai, che ti piaccia o no, se no sarà lo stesso, ho trovato giusto che tu lo sappia, spero che te lo dirà anche lei, perciò tieniti le foto, solo quelle rimarranno, buona continuazione”.

“Non avrai pace”

Dieci giorni dopo, esattamente il 2 agosto di quello stesso anno, avvertiva Vangeli via whatsapp, che gli sarebbe stato sempre addosso, chiedendogli ripetutamente un incontro “io sarà alle tue spalle, non avrai un momento di pace, nemmeno dietro ad una porta chiusa, perché io sarò lì ad aspettarti. tu dicu io se la lasci o no . Non rispondi, vidi adduvi voi u indi vidimu io e tia suli però. Scegli tu dove”. I toni dei messaggi si fanno sempre più accesi, provocatori e minacciosi : “ U stabilisci tu si ida veni ca porcu. Ca ti mpaticu. Tu giuru”. Il 17 agosto 2018 quando Alessia Pesce, dopo un breve allontanamento, durato pochi giorni, si era riconciliata con il suo fidanzato, lo sfida, scrivendogli che questa storia non sarebbe finita bene: “ Se non sei mezzo uomo vieni che ci scanniamo, la lasci stare o ci dobbiamo ammazzare… lei è mia…fai l’uomo e scendi, ti dissi ca non voli … è a mia ida…  ci possiamo vedere Francesco, tanto ti prendo, meglio che fai l’uomo e vieni”.

“Ti farò sciogliere… per un porco come te rompo pure i domiciliari”

Prostamo avrebbe continuato a perseguitare via messaggi il giovane di Filandari, senza lasciargli tregua, dicendogli che stava approfittando della sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari altrimenti “è da mo che ti avrei messo la testa sotto i piedi”, come a voler dire che se fosse stato libero lo avrebbe già aggredito da tempo, con un avvertimento preciso: “però lo farò promesso”, “ti farò sciogliere”, “ per un porco come te rompo pure i domiciliari” .  Una violenza continua, aggravata dalle modalità mafiose, “una particolare coartazione psicologica- hanno scritto i pm Annamaria Frustaci e Antonio De Bernardo nell’avviso di conclusione delle indagini-,  derivante dall’appartenenza dei familiari di Prostamo, in particolare degli zii paterni Nazareno e Giuseppe Prostamo, (quest’ultimo assassinato il 4 giugno 2011 in un agguato mafioso), all’articolazione di ‘ndrangheta di San Giovanni di Mileto sotto l’egida del clan Mancuso di Limbadi. Ma alla luce del verdetto della Corte viene meno l’aggravante della mafiosità, così come la violenza privata è stata riqualificata in minacce.

© Riproduzione riservata.

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