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Covid19, disinfezione vs disinfestazione

di Antonia Opipari – Tra i tanti termini nuovi, scientifici o simil tali, che abbiamo imparato ad usare con più frequenza in queste settimane di isolamento c’è la parola disinfezione.

La disinfezione “è una misura atta a ridurre tramite uccisione, inattivazione, allontanamento o diluizione, la maggior quantità di microrganismi quali batteri, virus, funghi, protozoi e spore, al fine di controllate il rischio d’infezione per persone o di contaminazione di oggetti o ambienti” (fonte: Wikipedia).

Disinfezione, da con confondere con la disinfestazione, ovvero “l’insieme di operazioni tendenti all’eliminazione, o per lo meno alla limitazione, dei parassiti e dei loro danni” (la fonte è sempre Wikipedia); la disinfestazione si pratica quindi in caso di insetti, topi e si chiama derattizzazione, erbe infestanti e viene detta diserbo.

Perché la necessità di spiegare tutto ciò?! In questo periodo di inoperosità forzata (e più riusciamo a rimanerci, prima ne usciamo) , se c’è qualcosa che è più attivo del solito sono i social. E sui social, nei più svariati gruppi dei Comuni della Calabria molti cittadini hanno fatto ai propri sindaci richiesta di “disinfestazione” del territorio, sulla scia di quanto visto fare in Cina. Ora, appurato che si tratta di disinfezione e non disinfestazione e che non ci si sta appigliando alle parole, dal momento che hanno un significato decisamente diverso, in alcuni paesi e città la disinfezione è stata fatta in altri no.

Abbiamo voluto approfondire.

Il Codiv19 non si debella con una semplice purificazione dell’aria e delle aree. Anche perché non è nell’aria. E non è nemmeno sicuro che resti a lungo sulle superfici.

Diversi esperti in microbiologia sono concordi nel dire che non c’è nessuna valenza certificata dell’efficacia di queste attività di sanificazione territoriale nella lotta contro il Coronavirus e che anzi, bisognerebbe stare attenti «ai prodotti che si vanno ad utilizzare e che s’immettono nell’atmosfera», sottolineando anche che forse sarebbe più utile rinviare le operazioni di sanificazione ad una data più prossima all’uscita dalla quarantena e, che avrebbe certamente più senso disinfettare scuole, uffici pubblici, locali, etc. piuttosto che strade, parchi e marciapiedi.

Ora, tranquillizzando tutti sul fatto che finora nessuno ha avuto intenzione di avvelenarci e che la maggior parte dei disinfettanti adoperati nelle disinfezioni comunali altro non sono che un litro di candeggina pura diluita ogni cento litri d’acqua – dose assai minore di quella che quotidianamente viene usata in casa per le pulizie… non so voi ma io di candeggina ne consumo a quintalate da sempre! – «Disinfettare gli spazi pubblici può aiutare a far diventare l’ambiente ostile a qualsiasi agente infettivo» ha spiegato Davide Zicchinella, sindaco di Sellia (Cz) e pediatra, tra i primi amministratori del catanzarese ad aver attivato la sanificazione per il suo comune. Tanto più se lo si fa con agenti a zero impatto ambientale, poco costosi e di facile impiego come la varechina, per intenderci.

A questo punto una riflessione (a me) nasce spontanea: senza voler entrare nel merito di chi l’ha fatta, la vuole fare, non la vuole fare o la farà poi. Consapevoli del fatto che sicuramente al Coronavirus gli fa un baffo e che l’unico rimedio per vedere metaforicamente e letteralmente la luce è quello di rimanere a casa ed evitare il diffondersi del contagio, al cittadino che sta facendo sacrifici, che sta chiuso in casa, che ha cambiato le sue abitudini di vita, che non sa cosa l’aspetta quando tornerà a lavorare e se tornerà a lavorare, credo che la disinfezione del territorio in cui vive faccia bene. Psicologicamente intendo. Lo fa sentire “coccolato”, curato, epurato dal virus. Pulito. Sì, ecco: pulito. Ed in questo momento non è poco.

© Riproduzione riservata.

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