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OPINIONI | Esiste davvero il diritto ad avere diritti?

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di Adriana Costa* – “I diritti parlano, sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia, e uno strumento per combatterla” così Stefano Rodotà, giurista e politico italiano, raffigura i diritti nel suo libro dal titolo “Il diritto di avere i diritti” e più precisamente l’importanza dei diritti umani che appartengono a tutti, non in base alla qualifica giuridica soggettiva, bensì in quanto uomini. E così questa breve riflessione si pone come obiettivo quello di analizzare l’importanza e l’applicazione di tali diritti nella società, nelle aule di giustizia e nelle carceri passando per gli istituti delineati in materia dal diritto penale.

Siamo così sicuri che ove i diritti siano sanciti, scritti, inderogabili vengano poi nella prassi realmente riconosciuti? Siamo sicuri che il diritto penale abbia in concreto una funzione sussidiaria? Che la pena abbia veramente una funzione riabilitativa? Prima di tentare di rispondere a questi quesiti pare necessario fare qualche premessa su quelle che sono, o che dovrebbero essere le caratteristiche del nostro ordinamento. Per comprendere come oggi siamo giunti ad un sistema liberale e democratico occorre fare un passo indietro. Il primo codice penale italiano fu il codice penale sabaudo del 1839 del Regno di Sardegna, esteso nel 1859 al resto della penisola durante la realizzazione dell’unità d’Italia. Solo nel 1889 si arrivò all’unificazione della trattazione della materia tramite l’emanazione del Codice Zanardelli, un codice più liberale, che abolì la pena di morte, non ammetteva l’estradizione per i reati politici, eliminò i lavori forzati, abbassò le pene, previde le attenuanti generiche, proibì l’imputazione dei minorenni.

Con l’avvento del fascismo molte norme del codice in questione vennero soppresse e solo nel 1930 si arrivò all’emanazione del Codice Rocco, oggi in vigore con le modifiche apportate nel corso degli anni. Le prime modifiche al codice Rocco si ebbero con la caduta del fascismo e con l’entrata in vigore della Costituzione che ovviamente rese il codice “fascista” incompatibile con i diritti sanciti dalla Carta. Questa premessa sul codice pare necessaria per sottolineare come in un sistema basato sui diritti fondamentali, i primi 12 della Costituzione, ogni altra norma deve essere in linea con questi in modo da garantire “protetto” il cittadino dagli abusi dei tre grandi poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Ancora appare opportuno sottolineare come caratteristica del diritto penale sia la sua sussidiarietà, ossia il ricorso a questo deve costituire l’extrema ratio cioè essere limitato alla sole ipotesi in cui il ricorso a sanzioni di altra natura (civile o amministrativa) appaia inidoneo al caso concreto. Il diritto penale, in sostanza, deve essere l’ultimo rimedio esperibile offerto dalla “politica sociale”.

Ma il percorso per arrivare a questa visione fu lungo. Il reato prima di divenire “fatto dannoso per la società” era considerato “peccato”, nel ‘500 il ricorso al diritto penale, l’inflizione della pena era vista come l’unico rimedio esperibile. È solo più avanti con la corrente giusnaturalistica che i diritti dell’uomo assumono un ruolo centrale, rafforzato poi dal pensiero illuministico che separò il reato dal peccato operando una desacralizzazione del diritto penale. Il reato, quindi, è un fatto giuridico illecito al quale il sistema riconduce una sanzione penale. Ma la sanzione penale che funzione ha? Come diceva Rudolf von Jhering “la storia della pena è una continua abolizione” ossia la storia porta ad una continua mitigazione e superamento delle pene preesistenti in conformità con il mutamento della società e con l’affermarsi dei diritti fondamentali.

La pena, però, non può essere considerata come strumento inflittivo che ripaga la società dai crimini commessi, questa, nel sistema italiano, ha una funzione rieducativa, riabilitativa nei confronti del condannato e in quanto tale deve essere necessaria, proporzionata e giusta. Fatta questa premessa necessaria, seguono le mie riflessioni. Siamo così sicuri che oggi la pena sia l’extrema ratio? Siamo così sicuri che nelle carceri vengano rispettati i diritti umani? Siamo così sicuri che nelle aule di giustizia il cittadino sia al sicuro e sia tutelato? Io, personalmente no. I titoli di giornale, la cronaca, i processi ci hanno sempre dimostrato e continuano a dimostrarci come il sistema giudiziario si stia rivelando in molti casi fallace. Processi infiniti, alcuni dimenticati, alcuni compromessi, altri mai iniziati. Infinte misure cautelari in attesa di giudizio. Pene sproporzionate e innocenti reclusi. Il problema che si prospetta è di particolare complessità.

Manca la giustizia nelle aule di giustizia e manca il senso di giustizia nelle stesse e nel popolo, per fortuna non sempre. Viviamo in una società ove la condanna è vista come il trionfo della società, dello Stato. Ove la condanna rappresenta che il sistema processuale funziona. Ove il cittadino che viene raggiunto da un avviso di garanzia è colpevole, dimenticando che nel nostro sistema vige il principio di presunzione di innocenza. Viviamo in una società che esulta di tutto ciò, non sapendo a quanto ammontano le richieste per riparazione da ingiusta detenzione. Viviamo in una società che millanta e pretende i diritti ma non è pronta a riconoscerli all’altro. L’indagato, l’imputato, il condannato hanno il “diritto di avere diritti” fino al loro ultimo giorno di vita perché questi gli sono riconosciuti, prima che dai vari testi normativi, dal solo fatto di essere uomini ed un sistema penale che sancisce i principi ma non li attua è un sistema fallace. Un sistema funzionale è quello che agisce sulla prevenzione, quello che esulta quando la pena è diventata l’extrema ratio perché attenzionato ad agire prima, ad operare su un percorso educativo della società anteriormente alla commissione di fatti illeciti.

Un sistema efficiente è quello che aiuta il cleptomane, il tossico, il sociopatico, il ludopatico prima che questi possano divenire imputati e poi condannati. Un sistema funzionale è quello in cui nel processo le parti lavorano con onestà, dove la pubblica accusa porta a favore dell’imputato, così come sancito dal diritto penale, tanto le prove a sfavore quanto quelle a favore, un sistema in cui il giudice pondera i diritti in gioco, in cui gli avvocati difendono i loro clienti perché hanno a cuore i loro diritti e non la loro carriera. Un sistema efficace è quello che adopera ed attua i principi sanciti dalla costituzione, dalle leggi giuste. Fino a quando non si comprenderà che necessitiamo di essere giusti e non giustizialisti, che gli imputati prima di essere tali sono persone, che la pena non è una ricompensa per la società ma, prima di ogni altra cosa, serve all’imputato ed in quanto tale deve essere giusta e proporzionata, fino a quando non si comprenderà che anche chi sbaglia ha diritto ai suoi diritti, non ci sarà né una giustizia processuale né una giustizia sociale. Saremo tutti vinti, senza nessun vincitore.

*dottoressa in Giurisprudenza

© Riproduzione riservata.

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