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OPINIONI | Sanità, la salute dei cittadini non può essere considerata una spesa

di Luigi Pandolfi* – Sono anni oramai che, con l’avvicinarsi dei periodi estivi, tornano regolarmente agli onori della cronaca le aumentate difficoltà nell’assistenza sanitaria sia ospedaliera che territoriale, causate dalla grave carenza di personale e aggravata dalla particolarità climatica del periodo, in cui si sa, anche i lavoratori della sanità, devono godere dei dovuti riposi. Oggi la pandemia da Covid ha reso, com’è facile constare, ancora più pesante questa situazione. Alla difficoltà nell’erogazione di servizi essenziali per la salvaguardia della salute delle persone, non sfugge neppure il servizio di emergenza territoriale, costretto sempre più spesso a sopperire alle carenze che si verificano in altri reparti ospedalieri. E tutto questo, nonostante il 118 soffra anch’esso di carenze di organico, sia medico che infermieristico, che impedisce sempre più spesso l’attivazione delle equipe di emergenza con la presenza del medico a bordo, anche nelle situazioni cosiddette “di codice giallo e rosso”, in cui questa figura svolge un ruolo essenziale, non solo sul piano terapeutico, ma anche medico-legale. Sempre più alte risuonano, quindi, in questa fase, le grida di quanti chiedono, a gran voce, che la giunta regionale “proceda con immediatezza” ad assumere nuovo personale. C’è la campagna elettorale e certi appelli fanno presa. Ma è solo una questione di personale?

Privatizzazione selvaggia

L’esperienza che si vive in Calabria, pur particolarmente grave, non è molto dissimile da quanto succede in altre regioni, anche in quelle “avanzate” dal punto di vista assistenziale, come pure in Europa: dappertutto tagli di personale, “riconversioni”, “ristrutturazioni” “accorpamenti e “chiusure di ospedali”, perché, si dice “Il servizio sanitario costa troppo alle casse dello Stato” . (Parole del WTO) Conviene quindi trarre spunto da queste considerazioni per guardare con uno sguardo più ampio all’intera situazione italiana non limitandosi a chiedere di “aumentare le assunzioni”, se non si ha il coraggio di pretendere, contestualmente, l’abbandono definitivo di una politica che, facendo passare per “verità oggettiva” che gli stati attraversano gravi difficoltà nel far fronte ai crescenti fabbisogni di spesa, spinge all’estremo le scelte liberiste di “privatizzazione selvaggia” e riduzione dei servizi una volta assicurati dal servizio sanitario nazionale. Si tratta di capire che da troppi anni ormai queste scelte di politica “sanitaria”, in Italia ma non solo, hanno smarrito i principi ispiratori che propugnavano l’articolo 32 della nostra Costituzione e, con maggior approccio pratico, le norme previste dalla legge 833 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale.

L’incubo contabile

Oggi, le parole solidarietà, universalità, uguaglianza, sono diventate dei pesanti orpelli, eredità di un “secolo che è da dimenticare”, che, come palle di piombo, affossano il bilancio dello Stato. Alla politica sanitaria si è sostituito “l’incubo del contabile”, per dirla con Lord Keynes. Chi fa le spese di questa impostazione ragionieristico-liberista sono le categorie più deboli, le meno protette, come gli anziani, le donne, i disabili, le popolazioni del sud e gli emarginati in genere. Per questo è necessaria una battaglia di più ampio respiro, che porti finalmente a cambiare registro nella gestione delle politiche sanitarie: ripresa del ruolo del servizio pubblico, creazioni di reti integrate nei percorsi terapeutici tra territorio ed ospedale, potenziamento della sanità di prossimità, uguaglianza negli accessi alle cure, con uno sguardo particolare alle persone fragili. Ben vengano, or dunque, le nuove assunzioni, che possano risollevare un poco le sorti dell’assistenza, ma non possiamo e non dobbiamo accontentarci di qualche piccolo contentino, che i vertici regionali annunciano sporadicamente e che vengono glorificati come panacea di ogni male. No, oggi nella sanità, come tanti altri campi, occorre lottare affinché la difesa della salute dei cittadini non sia più vista come spesa, ma come “investimento produttivo” per la salvaguardia della vita delle persone. E’ questo il duro e vero compito di quanti lottano per una società più giusta. E’ in questa direzione che deve andare l’impegno della politica. Chissà che dalla Calabria non possa arrivare un segnale forte per l’intero Paese. Sarebbe bellissimo.

* giornalista economico e saggista

© Riproduzione riservata.

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