Lavoro nero in Italia, la regione con la percentuale più alta è la Calabria

Nessun’altra realtà territoriale presenta una performance così negativa: il tasso di irregolarità è del 22% e l’incidenza sull'economia regionale al 9,8%

Calabria all’ultimo posto per quanto riguarda la regolarità dei contratti di lavoro. Il lavoro nero presente in Italia “produce” ben 77,8 miliardi di euro di valore aggiunto. Una piaga sociale ed economica, sottolinea l’Ufficio studi della CGIA ( Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato), che, su base regionale, presenta livelli molto diversificati. La Lombardia, ad esempio, sebbene conti oltre 504 mila lavoratori occupati irregolarmente, è il territorio meno interessato da questo triste fenomeno: il tasso di irregolarità è pari al 10,4%, mentre l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale è pari al 3,6%; il tasso più basso presente nel Paese. Per contro, la situazione più critica si registra in Calabria: a fronte di “soli” 135.900 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 22% e l’incidenza dell’economia prodotta dal sommerso sul totale regionale ammonta al 9,8 per cento. Nessun’altra realtà territoriale presenta una performance così negativa.

Al Nord il “nero” è sotto controllo, preoccupa il Sud

Al Nord il “nero” è sotto controllo, preoccupa il Sud

Secondo quanto emerso dagli studi della CGIA di Mestre, in generalche la situazione al Nord è tutto sommato abbastanza sotto controllo, mentre nel Mezzogiorno – anche a causa di ragioni sociali, culturali ed economiche – la presenza del lavoro nero è molto diffusa. Dopo la Lombardia, tra le regioni solo “sfiorate” dal “nero” scorgiamo il Veneto, la provincia di Bolzano, il Friuli Venezia Giulia, il Piemonte e l’Emilia Romagna. In queste realtà il peso del fatturato generato dal sommerso sul Pil regionale oscilla tra il 3,7 e il 4%. In coda, poco prima della Calabria, è altrettanto critica la situazione della Puglia (7,1%), della Sicilia (7,8%) e della Campania (8,5%). A livello nazionale, l’Ufficio studi della CGIA stima in poco meno di 3,3 milioni di persone che quotidianamente per qualche ora o per l’intera giornata si recano nei campi, nelle aziende, nei cantieri edili o nelle abitazioni degli italiani per esercitare un’attività lavorativa irregolare: il tasso di irregolarità è al 12,8% mentre il peso del valore aggiunto generato dall’economia sommersa è del 4,9 per cento.

Più infortuni e morti dove c’è più lavoro nero

Sebbene non ci sia una correlazione lineare, è evidente che nelle regioni dove c’è più lavoro nero il rischio di avere un numero di infortuni e di morti sul lavoro è più elevato. Purtroppo, le statistiche ufficiali “faticano” a dimostrare questo assunto; dove dilaga l’economia sommersa, infatti, le persone che si infortunano o non
denunciano l’accaduto o, quando sono costrette a farlo, dichiarano il falso per non arrecare alcun danno ai caporali o a coloro che li hanno ingaggiati irregolarmente. Anche per questi motivi, la lotta contro gli
infortuni e le morti sul lavoro va intensificata ovunque, ma andrebbe potenziata l’attività ispettiva soprattutto nelle aree dove la presenza dell’economia sommersa è più diffusa.

Attenzione ai dati sui controlli alle aziende

In questi ultimi giorni l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha presentato alcuni dati sul tasso di irregolarità registrato in alcune province a seguito dell’azione di contrasto eseguito dalla struttura contro il mancato rispetto delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro. I risultati emersi sono raccapriccianti: mediamente l’irregolarità ammonterebbe attorno all’80%, arrivando così a dire che la quasi totalità delle imprese italiane non sono in regola con le disposizioni previste dalla legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. Teniamo a precisare che queste conclusioni non corrispondono al vero. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, l’attività ispettiva dell’INL non avviene spontaneamente, ma è “sollecitata” dalle segnalazioni che giungono presso gli uffici di questa struttura da parte, ad esempio, delle aziende concorrenti, dei sindacati, dei lavoratori o, nel caso dei cantieri edili, anche dei cittadini. Pertanto, in queste “uscite” gli ispettori vanno a colpo sicuro, ottenendo così tassi di positività elevatissimi.

Il sommerso va contrastato, ma non sempre criminalizzato

La presenza del lavoro nero non è solo un problema di legalità e di erosione del gettito fiscale, ma provoca anche un grave danno economico alle tantissime attività produttive e dei servizi, alle imprese artigianali e a quelle commerciali che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti. Questi lavoratori “invisibili”, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali, consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi, se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto. Prestazioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire. Nel Sud, tuttavia, questo fenomeno rappresenta per molte persone l’unica possibilità per portare a casa qualche soldo. Infatti, possiamo affermare che il sommerso è anche un vero e proprio ammortizzatore sociale. Sia chiaro, nessuno vuole giustificare il lavoro nero legato a doppio filo con forme inaccettabili di caporalato, sfruttamento e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività controllate dalle
organizzazioni criminali o alle fattispecie appena richiamate, costituiscono, in momenti difficili, un paracadute per molte persone che altrimenti non saprebbero come conciliare il pranzo con la cena. In Italia, sono oltre tre milioni i soggetti – lavoratori dipendenti che fanno il secondo/terzo lavoro, cassaintegrati, pensionati o disoccupati – che in attesa di tempi migliori sopravvivono “grazie” ai proventi riconducibili da un’attività irregolare.

Troppi contratti “anomali” nell’edilizia; il settore dove incorrono più infortuni e morti sul lavoro

Dei 935 Contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) presenti in Italia, 351 (il 37,5% del totale) sono stati firmati da associazioni datoriali e sigle sindacali dei lavoratori dipendenti non appartenenti al CNEL. Un coacervo di organizzazioni che nella stragrande maggioranza dei casi non rappresentano quasi nessuno, ma consentono un’alternativa a quelle imprese e a quei lavoratori subordinati che vogliono fare dumping economico, e non solo, aggirando i contratti siglati dalle sigle più rappresentative e diffuse su tutto il territorio nazionale. Tra tutti i settori la situazione più critica si riscontra nell’edilizia. A fronte di 74 Ccnl depositati al CNEL, 37 (pari al 50 per cento del totale) sono stati sottoscritti da organizzazioni non iscritte alla struttura di viale Lubin. L’attività nei cantieri è la più a rischio per numero di infortuni e decessi nei luoghi di lavoro. Il Parlamento dovrebbe intervenire con urgenza e porre fine a questa “deregulation” che ha anche delle implicazioni negative sull’elevato numero di infortuni e decessi presenti in questo e in molti altri comparti produttivi.

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