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Rinascita Scott, scintille in aula. Stilo contro Mantella: “Dice il falso o gli hanno raccontato burle”

di Mimmo Famularo – “Non so se arriverò vivo al mio esame testimoniale, soffro di tante patologie e se torno a fare delle dichiarazioni spontanee è perché voglio lasciare un giusto ricordo della mia figura: io non sono un mafioso e non voglio che si infanghi il nome e quello dell’avvocatura”. Francesco Stilo, uno dei principali imputati nel maxi processo “Rinascita Scott”, torna a prendere la parola in aula bunker a Lamezia Terme e lo fa al termine del controesame ad Andrea Mantella effettuato dalla sorella Paola in qualità di co-difensore di fiducia. Accusato anche di aver portato una serie di messaggi in carcere con il sistema delle “caramelline”, Stilo precisa di non aver mai difeso Antonio, Giuseppe, Pantaleone Mancuso (alias “Vetrinetta”), Paolino Lo Bianco, Claudio e Danilo Fiumara prima del 2016 e, di conseguenza, di non averli mai incontrati in carcere. “Delle due l’una: o Mantella dice il falso o gli hanno raccontato delle burle” sottolinea. Sui rapporti con il boss di San Gregorio Saverio Razionale, precisa di aver iniziato a difenderlo nel 2014 e di essere stato intercettato dal Ros solo nel 2016 in un hotel di Roma mentre stava esercitando la sua professione, quella di avvocato. “Io non sono un mafioso – ribadisce – e non portavo bottigliette con messaggi in carcere. Trovate i riscontri e poi, caso mai, chiederò scusa”.

Scintille in aula

In precedenza scintille in aula bunker tra l’avvocato Paola Stilo, e il collaboratore di giustizia Andrea Mantella, il cui controesame ha aperto la nuova settimana di controesami previsti nel fitto calendario del maxiprocesso Rinascita Scott. Più volte il presidente del Tribunale collegiale di Vibo Valentia, Brigida Cavasino, è dovuto intervenire per evitare il surriscaldarsi degli animi nell’acceso botta e risposta tra il legale codifensore di Francesco Stilo e l’ex boss scissionista pentitosi nel 2016. “Dall’avvio della mia collaborazione ho interrotto ogni contatto con gli ambienti criminali” chiarisce Mantella iniziando a rispondere alle incalzanti domande dell’avvocato Paola Stilo. Libero dal 2018, lontano dalla Calabria, vive in una località protetta, il collaboratore di giustizia ha precisato di non conoscere e di non aver mai letto le carte processuali: “Posso guardare la televisione ma non posso vedere i tg regionali” aggiunge Mantella chiarendo un punto: l’impossibilità di conoscere i contenuti della maxi inchiesta avendo “letto solo due pagine” del provvedimento a suo tempo notificato. Entrando nel vivo delle accuse contestate all’avvocato Stilo, il collaboratore di giustizia ha sottolineato che la presunta attività messaggistica di Stilo “era una voce comune nelle carceri” e che il penalista veniva considerato “un amico e non un avvocato” e avrebbe avuto negli ambienti criminali “la nomea di essere un amico dei mafiosi”. Per l’accusa Stilo sarebbe una sorta di messaggero della ‘ndrangheta e Mantella ribadisce di aver saputo ciò dalla viva voce di Leone Soriano, boss di Filandari, nel corso di una comune detenzione nel carcere di Cosenza nel 2012. “Dal 2012 in avanti – aggiunge – non ho saputo altro sul conto di Stilo perché Soriano finì al 41bis e io sono stato trasferito in un carcere nel Nord Italia”.

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