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L’editoriale: “Giù le mani ‘e Massimeddu’…nessuno tocchi Giletti”

di Danilo Colacino – Nel commentare l’attenzione mediatica e i fari accesi da “Non è l’Arena” sulla città di Catanzaro, diventata per così dire un caso mediatico in seguito all’inchiesta Gettonopoli originariamente a carico di 29 consiglieri comunali su 32 – pur tralasciando il profilo giudiziario della vicenda, che non spetta di certo a noi vagliare bensì come ovvio all’autorità giudiziaria – non ci piace la reazione avuta da vari soggetti chiamati in causa.

E crediamo, nel nostro piccolo, di poterne suffragare il motivo, anche considerando qualche posizione in perfetta buona fede.

La prima questione da affrontare (oltretutto una nostra annosa battaglia, purtroppo infruttuosa) è lo strumento di pressione esercitata attraverso le querele (un’azione di rivalsa spesso indebita, ma qui il cortocircuito è da rinvenirsi in una legislazione italiana, orientata da una classe politica di ogni ordine e grado, che dovrebbe punire severamente le cosiddette liti temerarie e non lo fa perché il ‘vizietto’ di intimidire la libera stampa è ahinoi intangibile).

Ora, lungi da noi entrare nel caso specifico, ma – da profani – non ci pare che Massimo Giletti e i suoi inviati abbiano leso la dignità di alcuno dei diretti interessati, sempre fermo restando il vaglio della magistratura sul punto, poiché per giunta molti di loro ci hanno come si dice in gergo ‘messo la faccia’ (bisogna peraltro doverosamente dargliene atto) e i commenti in studio dello stesso conduttore e dei pur aggressivi opinionisti sono di conseguenza scaturiti dalle loro medesime affermazioni.

Ma c’è di più: passi per la libera scelta di tutelare la propria onorabilità, asseritamente intaccata, l’importante è che a nessuno baleni l’idea (e non parliamo come ovvio a chi si è rivolto alla Procura, seguendo un iter formalmente ineccepibile) di fermare o quantomeno far edulcorare un’indagine giornalistica – crediamo di poter dire, comunque la si pensi meritoria – nel goffo e addirittura grave tentativo di mettere la polvere sotto il tappeto.

Non si può infatti far finta che non sia successo alcunché, magari confidando di condire il fatto con la solita salsa catanzarese ovvero all’insegna – come recita un vecchio adagio locale da noi riproposto in ‘lingua madre’ – del “passau u Santu, finiu a festa”: tutto presto all’oblio.

© Riproduzione riservata.

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