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OPINIONI| L’evoluzione degli artisti prima e dopo il Coronavirus

di Maria Caterina Lioi* – L’arte, da sempre considerata come massima espressione della creatività umana in tutte le sue forme, è sempre stata sinonimo di bellezza interiore, di ricchezza culturale e non solo. Gli artisti, dal pittore, al danzatore, allo scrittore, al musicista rappresentavano, in passato, quella parte di popolazione meritevole di lode, poiché dotati di una sensibilità innata che permetteva loro di inscenare, ognuno a proprio modo, una parte di sé stessi ma anche del mondo circostante. Si può affermare, quindi, che la nascita dell’arte coincide con la creazione dell’uomo dal momento che non è altro che la massima rappresentazione di esso. Guendalina Liberato nel suo articolo “Viaggio alle origini del teatro occidentale” pubblicato il 27 maggio 2020 ci ricorda che: “Nell’antica Grecia, andare a teatro era una delle più importanti manifestazioni della vita sociale. Lo stesso teatro greco, infatti, veniva considerato uno dei centri principali della vita collettiva della πόλις (da leggersi “polis”, il cui significato letterale è “città”), in cui venivano a delinearsi l’identità culturale, politica e religiosa di tutto il popolo ellenico.” Se tornassimo indietro nel tempo, quindi, ci accorgeremmo di come l’arte sia stata uno strumento di valore inestimabile con un ruolo fondamentale nella società.

Ma, dopo questo tuffo nel passato, è ora di tornare a noi. Cosa è successo con il tempo? Stiamo forse sottovalutando tutto questo?

Da più di un anno, siamo costretti a combattere contro un nemico invisibile che ha messo ha messo in ginocchio l’intero sistema, sconvolgendo la vita di tutti, artisti e non. Per questi ultimi, il duro colpo subito sembrava fosse solo passeggero, ma a distanza di un anno, il mondo dell’arte continua ad essere il più compromesso. Cosa c’è dietro? Forse l’ombra di un pregiudizio secondo il quale l’arte non smuove l’interesse economico dei più “forti”? Come afferma Valentina Petrucci in un articolo dell’8 maggio 2020 pubblicato su “Domus”: “L’arte appare la grande dimenticata, o meglio rimossa. Perché musei, cinema e teatri sono settori di grande produzione economica, che spesso si dimentica ma muovono un indotto gigantesco e che oggi sembrano all’ultimo posto dell’attenzione. Forse tutto accade per la difficoltà di pensarli in era post Covid-19, perché in quanto attività pubbliche richiamano assembramenti. O forse perché al contrario ritenuti per pochi, per l’élite”. Sembra quasi che, da quel marzo 2020, si stia cercando di abituare la società a vivere in un mondo quasi privo di arte, o per meglio dire, un mondo in cui la gente comune possa fare a meno di essa. Teatri, cinema, musei, gallerie d’arte, scuole di danza e di musica abbandonate a loro stesse, catapultate in fondo alla lista delle attività “non necessarie”. Eppure c’è chi vive di arte. C’è chi nel 2021, così come in passato, ha il diritto di non rinunciare al suo essere Artista. Poi, a settembre 2020, l’illusione, quel fievole spiraglio di luce che ridava speranza, a tal punto da sembrare si fossero trovate delle misure concrete di riadattamento, e delle soluzioni sostanziali e necessarie per garantire la ripartenza di vari settori artistici. Ma, in meno di un mese, la situazione precipitava nuovamente nel buio. Lo sforzo di adattarsi, maggiormente da parte dei giovani artisti, veniva messo da parte e tutt’ora neanche minimamente preso in considerazione. Nonostante gli innumerevoli messaggi di difficoltà presentati nelle forme più svariate, manifestazioni, lettere e articoli inviati a chi dovrebbe occuparsi di questo, la situazione non è ancora cambiata. Come può un artista, mettere in scena la sua opera senza avere gli strumenti giusti per realizzarla? Utopia. Per un pittore, non esporre il suo dipinto fisicamente, ma caricarlo su una piattaforma online, comporta delle conseguenze gravose, e per capirlo basta guardare con gli occhi di un osservatore. E’ chiaro, infatti, che lo schermo di un telefono non permetterà mai di cogliere i dettagli e le sottigliezze di
un’opera vista dal vivo. Così come per un ballerino, danzare in un luogo che non è la sala di danza, è dannoso, non solo psicologicamente, ma anche e soprattutto fisicamente. Eppure, proprio in nome dell’importanza che l’arte riveste tutt’ora a livello mondiale, possiamo osservare come tantissimi artisti, reinventandosi, hanno fatto sì che, in questo forte periodo di stasi e oscurità, si intravedessero degli sprazzi di luce. Numerose sono le proposte da parte di musei e artisti che hanno creato dei veri e propri percorsi
online per visitare luoghi d’arte ora inaccessibili. Per citarne alcuni: il Peggy Guggenheim Collection di Venezia che ci offre una vera e propria passeggiata virtuale tra le sale del museo; o ancora, il Museo di Fotografia Contemporanea MUFOCO di Milano che ci offre collezioni fotografiche da sfogliare in qualsiasi momento. A tal proposito, è significativa l’intervista rivolta da parte di Simona Griggio alla coreografa e
docente dell’Accademia del teatro alla Scala, Emanuela Tagliavia, pubblicata su “Il Fatto quotidiano”, il 14 febbraio 2021. Il racconto della sua esperienza lavorativa con i giovani danzatori sulla piattaforma “Zoom”, ci lancia un doppio segnale: da un lato, la capacità di sfruttare anche l’inadeguatezza degli spazi per realizzare un qualcosa di ugualmente creativo e artistico; dall’altro la necessità di tornare ad avere uno spazio idoneo per poter continuare a stimolare i ragazzi nello sviluppo delle loro capacità. La coreografa afferma: “Mi sono chiesta cosa potessi fare per rovesciare la situazione, per sfruttare la nuova modalità di insegnamento online in modo da aggiungere, non togliere. Ho deciso di responsabilizzare i ragazzi, dar loro strumenti per cogliere stimoli creativi malgrado le costrizioni. Più che di un compito, si trattava di un invito a trasformare l’esperienza del lockdown in un momento di ricerca personale. Ho realizzato diversi lavori coreografici in video con la collaborazione di registi e musicisti. La tecnologia come mezzo espressivo mi ha nutrito. Ma la scena è un’altra cosa”. Altrettanto significativo il messaggio lasciato su Rai Cultura da Emilio Isgrò, un artista a tutto tondo: “Quando la solitudine viene imposta a tutti gli uomini da un virus così insidioso, è chiaro che l’artista, che alla solitudine è abituato, si può ritrovare fraternamente vicino agli altri esseri umani. Non con il distacco che a volte l’arte esprime, ma con la vicinanza che è propria dell’arte migliore. È nei momenti di solitudine che si crea. Cerchiamo quindi di cavare, da un male così terribile, un bene che almeno ci compensi: la possibilità di riflettere e di pensare”.

In conclusione, la mia riflessione personale da artista è che indubbiamente la pandemia è un evento tragico, ma nonostante ciò, ha indotto gli artisti a trovare delle soluzioni plausibili affinché l’arte non resti inerme. Rimane pertanto immutato l’abbandono dato all’arte da parte di chi dovrebbe guidare il nostro paese, e questo è un chiaro segno di decadenza culturale e morale. E’ vero che l’arte è insita nell’uomo, e come tale, può manifestarsi ovunque e in qualunque forma, ma è altrettanto vero che essa va supportata da un punto di vista economico, sociale ed umano.

*ballerina e insegnate

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