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BROOKLYN | Gli imprenditori in odor di mafia, il finanziere corrotto e il giornalista disponibile

di Gabriella Passariello- Imprenditori in odor di mafia, che continuano a svolgere lavori privati e pubblici, nonostante le interdittive per sottrarre il loro patrimonio alle misure di prevenzione, il finanziere “corrotto” e il giornalista disponibile.  E’ quanto emerge dalle carte del gip distrettuale del Tribunale di Catanzaro Paola Ciriaco che oggi ha portato nell’ambito dell’inchiesta della Dda guidata dal procuratore capo Nicola Gratteri, nome in codice “Brooklyn”, la Guardia di finanza guidata dal colonnello Daniele Tino a notificare sei misure cautelari (LEGGI QUI). L’imprenditore Eugenio Sgromo indagato anche per corruzione in atti giudiziari in concorso con l’ex finanziere della Dia di Catanzaro Michele Marinaro, avrebbe ottenuto da quest’ultimo la redazione di una nota di polizia giudiziaria favorevole a lui e a suo fratello Sebastiano, mentre l’ispettore delle Fiamme Gialle avrebbe ricevuto in cambio il via libera per il trasferimento alla Presidenza del consiglio dei ministri, grazie all’interessamento di ex parlamentare cosentino. Ma andiamo per ordine.

Imprenditori di riferimento del clan Giampà

Il 22 gennaio 2014 sulla scorta delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi, i fratelli Sgromo venivano iscritti nel registro degli indagati per associazione a delinquere di tipo mafioso, ipotesi di reato confermata poi nell’annotazione di servizio del 10 febbraio 2016, in quanto ritenuti responsabili di aver partecipato, quali imprenditori di riferimento, all’associazione a delinquere di tipo mafioso costituita e diretta dal boss Francesco Giampà, detto “U Professora”, detenuto, ma ancora in grado di impartire ordini e direttive dal carcere agli affiliati, considerato capo indiscusso dell’omonima cosca di Lamezia, operante nel territorio a partire dal 2004, conglobante le famiglie dei Notarianni e dei Cappello-Arcieri, alleata con le associazioni criminali dei Iannazzo di Sambiase, con i quali dapprima tramite Rosario Cappello e poi negli ultimi anni, soprattutto tramite Angelo Torcasio con l’avallo di Vincenzo Bonaddio, si era instaurato un rapporto di non belligeranza sulle richieste estorsive effettuate nei territori di confine.

I contatti telefonici tra l’imprenditore e un giornalista

In questa fase iniziale delle indagini nei confronti dei fratelli Sgromo si innestano i primi contatti telefonici tra Eugenio Sgromo e un ex direttore di un giornale locale: dai messaggi scambiati si evince come Sgromo si rivolge al giornalista per trovare qualche contatto interno all’autorità giudiziaria, in modo da avere notizie ed eventualmente risolvere la questione per il meglio. Il giornalista lo rassicura affermando di aver richiesto un intervento “fra gente del posto”.. A luglio  2016, Sgromo invia al giornalista il nome della persona con cui ha interloquito: “Buongiorno ti posso mandare nome della persona che abbiamo incontrato”? “Certo”.. “Marinaro Michele”. Per il gip  non vi è dubbio che Marinaro abbia avuto contatti con Eugenio Sgromo proprio in questo periodo, dal momento che sono state rintracciate delle conversazioni sull’apparecchio sequestrato all’imprenditore in data 24 maggio 2018, in virtù di un’indagine condotta dalla Procura di Roma.

Da imprenditori mafiosi a vittime con l’informativa taroccata

Dal momento in cui iniziano i contatti tra Marinaro e Sgromo, si assiste, secondo i magistrati,  ad una vera e propria inversione di marcia in cui i due fratelli prima indagati per associazione a delinquere di tipo mafioso, restano sotto inchiesta ma per un reato di gran lunga meno grave. In particolare le successive informative sottoscritte da Michele Marinaro mettono in evidenza il ruolo di vittima dei fratelli Sgromo rispetto agli episodi delittuosi trattati dai collaboratori di giustizia, ottenendo in tal modo una derubricazione del delitto in favoreggiamento aggravato dalla mafiosità. Emerge infatti come Eugenio Sgromo, secondo le ipotesi di accusa, fosse informato in tempo reale del contenuto degli incontri tra autorità giudiziaria e polizia giudiziaria, come risulta da uno scambio di messaggi su whatsapp con il giornalista dal quale si ricava che l’interlocuzione avvenuta tra pm e pg attenesse al fatto che gli imprenditori fossero da considerarsi amici o al contrario vittime del clan: “Buongiorno ieri ha fatto di tutto per farmi cadere da vittima… nonostante le carte dicevano altro, gli ho detto valorizzate con una nuova relazione… quello gli ha risposto… io non posso inventarmi nulla… comunque domani hanno una riunione… è importante avvisare di come stanno le cose… perché se lui relaziona verbalmente, dice ciò che vuole”.

La spia in Procura e la raccomandazione del politico

Per il gip non c’è dubbio che Michele Marinaro sia l’uomo all’interno della Procura in grado non solo di dare notizie riservate agli Sgromo, bensì anche di agire in modo attivo per la risoluzione della vicenda. Inoltre, emerge la frequentazione di Eugenio Sgromo con tale “Ferd”, (ndr il politico cosentino), interpellato per risolvere la questione relativa al trasferimento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di Marinaro, “da considerarsi quale principale utilità dallo stesso ottenuta in cambio degli atti compiuti in favore degli Sgromo”. Dalle carte risulta che l’onorevole si si dato da fare dietro input di Eugenio Gromo: il primo, infatti, alle perplessità manifestate dall’amico circa i ritardi del suo trasferimento, gli propone di andare a Roma con “Ferd” per risolvere il problema, recandosi al “Comando Generale”.  A marzo il finanziere viene traferito alla Presidenza anche se alla sede di Reggio Calabria e Sgromo dimostra di avere appreso la notizia direttamente dal politico, evidenziando, ancora una volta, il collegamento tra il trasferimento e il politico. Marinaro esprime infatti riconoscenza nei confronti di entrambi: “Vedi quando possiamo andare a cena io, tu e Ferd che vi devo come minimo offrire una cena “.

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